E Augusto uscì ridendo anche da questi 100 giorni di reclusione

Nel 1990 fu sequestrato dall’Anonima quasi per 4 mesi, poi ha tentato la carriera di calciatore. Il padre: «Non è tipo da stare dietro una scrivania»

da Milano

Tanto si sapeva anche prima che tornasse in libertà. Il vero vincitore sarebbe stato comunque lui, questo ragazzone che ti fa innervosire appena ti parla: è bello, bravo, buono e ha pure il dono santo del carattere tosto, quello che ce l’hai oppure scordatelo. Augusto De Megni è arrivato fino in fondo anche stavolta e a riportarlo alla luce non sono stati i militari ma il televoto del Grande fratello, ossia quella stessa enorme platea che seguì il suo rapimento attraverso il sadico stillicidio di notizie sui giornali.
Un po’ prima di Farouk Kassam (e un po’ meno platealmente), nel 1990 Augusto De Megni è stato il bambino d’Italia, la vittima di un sequestro che lo ha raggelato per centoundici giorni in una cella di cinque metri quadrati mentre sui muri della sua Città di Castello la gente scriveva «Tornate nel Sardistan» e qualcuno si arrabbiò pure perché era razzismo, perché «in Sardegna non siamo tutti banditi» e perché neppure gli slogan liberatori in Italia sfuggono al bilancino perbenista. Quando uscì dal tugurio e quei quattro col passamontagna erano già entrati nel suo passato disse che «non sono feroci criminali come li descrivono tutti. Sono persone che fanno queste brutte cose perché non hanno altro modo per mantenere le loro famiglie». Aveva neppure undici anni.
Perciò come si fa a non bagnare con la retorica i suoi altri vittoriosi cento giorni (98 per la contabilità) trascorsi nella Casa di Cinecittà con gioiellini come Franco il poeta che pretendeva di «stampare le mie poesie sulla carta igienica» o con Man Lò, che da Pechino si è trasferita in Toscana non perché c’è il David di Michelangelo a Firenze ma grazie a Io ballo da sola di Bertolucci. Da oggi non sarà più «sempre e solo il povero bambino rapito» come si era lamentato poco prima di entrare nel cono di luce del Grande Fratello numero sei e far dire alla Marcuzzi, lei che è un razzo, «Augusto mi precede sempre, appena inizio a parlare lui sa già dove voglio arrivare». Sarà quello del Grande Fratello e contento lui, contenti tutti. Quando uscì dalla gabbia dell’anonima sarda, a Milano lo aspettarono Gullit e Van Basten per fargli festa e suo padre Dino, che tra l’altro era il direttore generale del Pisa calcio, lo accompagnò di corsa.
Oggi dice: «Una volta che si supera un problema così grave si diventa vaccinati»» e non si capisce se si riferisca a sé oppure al figlio, che di vaccini probabilmente ne ha bisogno di uno solo: quello per la celebrità. «È giusto che segua il suo istinto, non è un tipo da scrivania» riassume suo padre esattamente come qualche anno fa, quando Augusto finì addirittura a fare il portiere nella rosa del Genoa in serie B e chissà se lo interessava di più chiudere la porta al pallone o aprire quella del successo. L’anno scorso, tanto per dire, era stato scartato al casting del Grande fratello ma ha riprovato senza fare una piega. Anzi, ci ha messo del suo. Poco prima di essere selezionato, aveva confessato a Giovanni Minoli: «Il Grande Fratello sarebbe un sogno» e probabilmente Paolo Bassetti di Endemol lo ha ascoltato. Quando gliel’hanno comunicato, all’Augusto detto «Puscio», che come dicono i suoi amici «rinvia sempre tutto tranne che il piacere», ha brindato con una bottiglia di Sagrantino di Montefalco. Da oggi, forse, avrà un motivo in più per festeggiare: ha vinto un reality show e ne ha sconfitto definitivamente un altro. E pazienza per la retorica, qualche volta ci vuole proprio.