E «Avvenire» boccia il testo: non possumus

da Roma

«Non possumus», «non possiamo». È questa la conclusione dell’editoriale non firmato che compariva ieri sulla prima pagina del quotidiano cattolico Avvenire e che spiega il giudizio della Chiesa italiana sulla bozza di legge in materia di unioni di fatto. Basandosi sulle anticipazioni fino ad oggi pubblicate, Avvenire fa notare come si vada «alacremente predisponendo» proprio ciò che era stato «solennemente escluso», vale a dire la «creazione di un modello simil-familiare».
Il punto di partenza è il programma dell’Unione, dove si parla di «riconoscimento giuridico di diritti, prerogative e facoltà delle persone che fanno parte delle unioni di fatto». Una formulazione accolta anche dai cattolici del centrosinistra, in quanto individua come oggetto del riconoscimento che si vuole introdurre i diritti dei singoli appartenenti alla coppia di fatto, non la convivenza in quanto tale. Proprio il cardinale Camillo Ruini, a torto dipinto da certa stampa come un «pasdaran» su questo argomento, aveva più volte parlato dell’eventualità di intervenire - se necessario - con modifiche sul codice civile nell’ambito dei diritti individuali. La bozza che è in circolazione in questi giorni, invece prevede una attestazione della convivenza. Il primo articolo - fa notare Avvenire - offre subito un senso «paramatrimoniale al testo. In primo luogo introduce il “rito” della dichiarazione di convivenza e della conseguente “annotazione” nell’anagrafe comunale e fa discendere da questo passaggio l’attribuzione di diritti e doveri ai conviventi. Si delinea insomma - continua il giornale della Cei - un processo nel quale l’anagrafe diventa lo strumento non di un puro e semplice accertamento, ma dell’attribuzione di uno status giuridicamente rilevante».
Avvenire nota inoltre come sia ben delimitato e specificato a quale titolo la convivenza si instaura, e cioè a quella tra «due persone maggiorenni» legate «da vincoli affettivi». «Le unioni di fatto con finalità assistenziali o solidaristiche non sono neanche considerate», e sarebbero addirittura escluse esplicitamente «quelle tra fratelli e sorelle o tra parenti in linea retta». Non si tratta dunque di riconoscere alcuni diritti alle persone che convivono, ma di dare a questa convivenza «una rilevanza giuridica che ne fa la fonte di diritti e di doveri», mettendo «in modo forzoso e inevitabilmente sconvolgente su un piano analogo la programmatica stabilità della famiglia» come definita nella nostra Costituzione.