E Bassolino inventa la buonuscita per i lavoratori socialmente utili

La Regione Campania non riesce a sistemare i troppi precari. E con un bando offre 15.500 euro a chi decide di tornare disoccupato

Giuseppe Salvaggiulo

Problema: ci sono ancora troppi lavoratori socialmente utili a carico dello Stato per impieghi sostanzialmente inutili nelle amministrazioni pubbliche. Che farne? Il dibattito coinvolge da anni governi, Regioni, enti locali e sindacati oltre agli stessi lavoratori. Mentre per loro si cerca un impiego stabile o una formazione professionale adeguata e le biblioteche si riempiono di voluminosi tomi sulle «politiche attive del lavoro», in Campania si sperimenta una soluzione rivoluzionaria. Non riuscendo in alcun modo a «sistemarli», la Regione li incentiva con 15.500 euro a tornare quello che erano prima dell’invenzione dei lavori socialmente utili: disoccupati.
Geniale. L’iniziativa è della giunta di centrosinistra guidata da Antonio Bassolino è formalizzata in una delibera di fine luglio: una buonuscita di 15.500 euro per i lavoratori «se rinunciano alla prosecuzione dell’attività socialmente utile e dichiarano di voler provvedere autonomamente e attivamente alla ricerca di un lavoro».
Due settimane fa è stato pubblicato il bando per l’accesso al contributo. La giunta ha stanziato 1,5 milioni di euro, che bastano però solo per un centinaio degli oltre 8mila lavoratori socialmente utili campani. I più rapidi a presentare la domanda (o quelli che ce l’avevano già pronta, sibilano i maligni nei corridoi della Regione).
Nati per gli operai reduci da cassa integrazione o mobilità e poi estesi ai giovani disoccupati di lunga durata, i lavori socialmente utili sono concentrati per il 70% al Sud. Poco produttivi e poco pagati: tra 500 e 700 euro al mese per 20 ore settimanali di attività. Tanto che ci si è posti ben presto il problema di ridurli. Alla fine del 1999 erano 109mila in tutta Italia, un terzo solo in Campania. Ora ne sono rimasti 21.324. La Campania conserva il primato: 8.449.
E gli altri, dove sono finiti? Per lo più in pensione, assorbiti dagli stessi enti, assunti da società di capitali a controllo pubblico (che in quanto Spa soggette al diritto privato possono sottrarsi ai concorsi), riuniti in cooperative con significativi benefici fiscali e convenzioni con gli enti locali per attività di pubblica utilità (per esempio la gestione di parcheggi). Solo una piccola parte ha trovato lavoro in un’impresa privata (nonostante gli incentivi previsti).
Resta il problema di liberarsi in qualche modo dei 21mila Lsu residui. Lo Stato, che ne paga i compensi attraverso un fondo rinnovato ogni anno, ha dato mandato alle Regioni di trovare le soluzioni migliori. Restano le solite: promozione di lavoro autonomo e cooperative, incentivi alle aziende che assumono. Ma non bastano. Ecco l’idea: pagarli per farli tornare disoccupati. Trovare un lavoro? Fatti loro.
«Se tutta la vicenda non fosse tragica ci sarebbe da ridere - accusa Marcello Taglialatela, deputato e coordinatore napoletano di An - il comunista Corrado Gabriele si trasforma da assessore al Lavoro ad assessore alla Disoccupazione». L’assessore rifiuta la polemica, parla di «esperimento già riuscito negli anni scorsi» e difende il provvedimento: «Con 500 euro al mese i lavoratori socialmente utili non possono vivere, quindi spesso fanno un altro lavoro in nero. Così noi risparmiamo e consentiamo l’emersione di quel lavoro irregolare».
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