E Bersani incassa i fischi del popolo viola

Roma «Bersani, Pd, dove cazzo siete?», urla dal palco il performer di turno. In piazza esplode l’applauso, e Rosy Bindi mastica amaro. E dire che poco prima aveva pure zompettato diligente al grido ritmato di «chi non salta Berlusconi è».
Tanta fatica per niente, tanto agitarsi per partecipare - da presidente del Pd - e farlo notare, per finire comunque bersaglio dei fischi. Come era prevedibile: è andata come doveva andare, posto che la manifestazione «viola» è stata pensata e voluta da chi vuole pescare più voti possibile dal serbatoio Pd, e sfilare al partito di Bersani la guida culturale dell’opposizione. Tanto agitarsi per nulla, nel Pd, tra no, sì, forse, andrei ma sono malato, auguri ma non vengo; visto che alla fine è andata comunque come doveva andare: NoBerlusconi-day, certo, e pure noBersani-day. Manifestazione «spontanea», nata «dai blog», e con Antonio Di Pietro che prometteva, suadente come Sir Biss, l’infido serpente di Walt Disney, che avrebbe «fatto un passo indietro», e che non ci sarebbero state bandiere di partito. Risultato: una piazza strapiena di bandiere. Di chi? Di Di Pietro, e parecchie pure di Rifondazione comunista, che insieme a Idv ha lanciato, organizzato e in parte pagato la kermesse. I rari vessilli bianco-rosso-verde del Pd parevano poveri orfanelli sparuti, o imbucati poco graditi in un party.
Tutto secondo copione, insomma. Tant’è che la stessa Bindi, prima di andare in piazza metteva le mani avanti: «Se Di Pietro manifesta per attaccare il Pd, farebbe meglio a restare a casa: perché quello non può e non deve essere il luogo della lotta per l’affermazione della leadership nell’opposizione». E invece, come la Bindi ben sa, il luogo era proprio quello. Tant’è che la linea del Pd sulla faccenda, nel corso di pochi giorni, ha oscillato pericolosamente. Si era partiti col «no» chiaro e tondo dell’appena eletto segretario («Il Pd non aderisce alle manifestazioni altrui») e si è finiti con la dissociazione progressiva e crescente di pezzi non irrilevanti di partito (Veltroni, Franceschini, la stessa Bindi) che invece benedivano la piazza anti-Cavaliere e criticavano i «tentennamenti» del leader. In un clima da «anarchia totale», come sottolinea Enzo Carra. Mentre da giorni Massimo D’Alema ripete che il «nuovo» Pd «non deve avere ambiguità di linea», e dunque non deve concedere spazio agli estremismi giustizialisti alla Tonino.
Preoccupato da polemiche e contraccolpi interni, Bersani ha in extremis cercato di metterci la classica pezza, autorizzando ufficialmente la presidente ad andare, in rappresentanza dunque del partito, e confidando via Facebook di guardare con «grande speranza» alla kermesse dipietrista. Col risultato di prendersi le critiche di chi, dall’ala moderata e antigiustizialista del Pd, dalla manifestazione voleva una presa di distanza ben più netta: ieri Franco Marini è stato chiaro: «Con piazze come questa ci teniamo Berlusconi ancora per anni. La credibilità ce la guadagniamo con una linea politica chiara, non col NoB-day». E, tanto per agitare un po’ le acque interne, l’ex presidente del Senato, sul Riformista, apre pure all’ipotesi di lodo Alfano bis: «Uno “schermo” per le alte cariche potrebbe essere una soluzione da prendere in considerazione». Roba che la dirigenza Pd non può dire neppure per scherzo.
A manifestazione fatta, comunque, il segretario Pd rivendica la giustezza della sua posizione: «Abbiamo evitato di mettere il cappello sull’iniziativa, e al tempo stesso lasciato libertà a chi voleva andare». E la linea, secondo i sondaggi commissionati a Bersani e diffusi dai suoi è condivisa dal 56 per cento dell’elettorato complessivo, e quasi dal 50 per cento dell’elettorato di Pd e Idv, fatti calcolare insieme. Perché insieme sono destinati a rimanere.