E Bertinotti si arrende ai compagni ribelli

Roberto Scafuri

da Roma

Fu definito l’«ossimoro di Bertinotti»: era il due giugno, e alla parata militare il presidente della Camera onorò il suo ruolo ostentando, al bavero della giacca, un distintivo della pace (il cui segno grafico, detto in confidenza, non è neppure tra i suoi preferiti). Non mancarono critiche, ma prevalse l’ammirazione per l’audacia dell’intelligenza, la fiducia nel ribaltamento in positivo di una nota così contraddittoria. Il problema, oggi, è che l’«ossimoro di Bertinotti», in quanto «ossimoro di Rifondazione», sta diventando il bolso «ossimoro del governo». Come se, nel solito gioco di specchi, i volti non riescano mai a connotare la stessa persona, la stessa entità, lo stesso pensiero. Condannati per sortilegio a riflettere impossibili quadrature del cerchio.
La questione-Afghanistan offre un paradigma attuale. Ancora una volta la cifra del governo Prodi pare racchiudersi in questa ripetizione del gioco di prestigio bertinottiano, ma oramai rischiando la stanchezza del déjà vu. Ieri alla cerimonia del «Ventaglio» dei giornalisti parlamentari (altro rito un po’ stanco che si sta cercando di innovare), il presidente della Camera ha chiuso la porta alle ipotesi di allargamento della maggioranza. «I poli non devono cedere alla tentazione di reciproche erosioni - ha detto Bertinotti -, nel tentativo di trarne giovamento, perché questo non gioverebbe al Paese. Penso che alla fine prevarrà lo spirito di coalizione: è buona misura di igiene per la democrazia che la maggioranza provi a governare per 5 anni con le forze che gli hanno attribuito gli elettori». Pensiero perfetto, anzi stupendo. Ma gli elettori hanno votato un programma nel quale si prevedeva il ritiro dall’Irak e non quello dall’Afghanistan. E se è stato giusto ricordare che la situazione afghana è cambiata, agli elettori risulta incomprensibile che otto-nove senatori facciano bizze per motivi di «coerenza». «Abbiamo votato sempre contro le missioni, vogliamo farlo anche adesso, ma senza far cadere il governo»: così l’insostenibile leggerezza dei ribelli. Ai quali è sfuggito che esiste un altro governo e che, se la «discontinuità» viene accertata (e apprezzata) nei riguardi del voto sull’Irak, non gli può essere negata sull’Afghanistan. Ossimori su ossimori.
Che c’entra Bertinotti? Nulla, perché purtroppo nulla può contro gli otto-nove «puristi del pacifismo» (come se i milioni che hanno manifestato in questi anni, e che oggi non comprendono questo no dettato da motivi più personali che politici, in due mesi si siano venduti l’anima a Bush jr). Il presidente della Camera ha ammesso di «non volere né essere in grado di rivolgere un appello a coloro che hanno manifestato elementi di divisione nella maggioranza, perché questo riguarda l’autonomia delle forze politiche». E quando gli è stato chiesto del ricorso alla fiducia, è tornato prestigiatore: «Non sono ancora presidente del Consiglio - ha ironizzato - ma se lo fossi guarderei alla prospettiva della fiducia con grande interesse... Come presidente della Camera non posso che deprecare l’uso eccessivo della decretazione d’urgenza e della fiducia, ma stiamo vivendo un periodo eccezionale tra l’ingorgo istituzionale e la strozzatura estiva. In questa situazione, mi sembra comprensibile...». Logico, ragionevole. Illuminato, realistico. Però Rifondazione è alle corde, le sue dissidenze al singolare sembrano schegge impazzite, e riflessi di schegge impazzite altrui. Piuttosto che maturare una salda capacità di governo, Prc al momento vive ogni passaggio con la fibrillazione di un «Ossimoro al potere». Le sette camicie sudate del segretario Franco Giordano e quelle del capo dei senatori Giovanni Russo Spena - che ha annunciato un seminario a settembre per stimolare la cultura di governo del gruppo - per ora non sembrano bastare. Fini sostiene che «Bertinotti s’arrampica sugli specchi», la maggioranza a furia di ossimori finirà per romperli. E porta pure male.