E «Bonaparte» Chirac non convince più il Paese

Critiche non solo da sinistra al «Camaleonte»: anche a destra molti si distanziano. Mai prima d’ora un Presidente aveva firmato una legge pretendendo di non applicarla

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

Un passo avanti, uno indietro. Un po’ di slancio e... hop, una piroetta. È una vita che Chirac va avanti così. Il «Voltagabbana», come viene apostrofato dagli avventori dei bistrot di Parigi. O, più elegantemente dai vignettisti dei giornali satirici, «Camaleonte Bonaparte». Ma in queste ore nessuno ha voglia di scherzare. La Francia è sull’orlo della più grave crisi sociale degli ultimi quarant’anni. Un Paese difficile, irascibile, complesso, d’accordo. Ma che nei momenti di difficoltà ha sempre saputo ricomporsi sotto la guida di un grande leader: in tempi recenti Charles de Gaulle e, naturalmente, François Mitterrand. E che questo si aspettava da Jacques Chirac. Un gesto forte, concreto, la volontà di andare in una direzione, senza esitazioni.
E invece ieri mattina si è accorta di avere a che fare con un presidente che non solo non ha saputo parlare al cuore dei suoi concittadini, ma che rischia di screditare proprio le istituzioni, che egli stesso ha servito nel corso di una lunga carriera politica all’interno dello Stato, iniziata nel 1962, quando appena 29enne fu nominato da Pompidou capo dello staff dell’Eliseo. Allora era considerato un «giovane leone», che pochi anni dopo, a soli 41 anni veniva nominato primo ministro. Oggi appare come un leader stanco, stordito, certo inadeguato.
Non si era mai visto nella storia della Quinta Repubblica un capo dello Stato che promulga una legge voluta dal governo, votata dal Parlamento e approvata dal Consiglio costituzionale, ma che al contempo ne sancisce la sospensione. Una legge che è valida, ma non vale. Non si era mai visto un presidente che ammonisce tutte le parti sociali - lavoratori, imprese, sindacati, giudici - a non applicarla, e che dà mandato al governo di prepararne una nuova, modificata in due punti. La sinistra è insorta. E non è una sorpresa. Ma è emblematico che a contestare il comportamento del capo dello Stato siano stati anche diversi esponenti della maggioranza. Sarkozy, solo in privato e a bassa voce; il leader dell’Udf, Bayrou ad alta voce e senza remore: «Una scelta che rischia di coprirci di ridicolo», ha affermato. Già, perché la Costituzione prevede che se il presidente non condivide la legge, può rimandarla alle Camere per una seconda lettura. Ma in questo modo Chirac avrebbe sconfessato l’uomo a cui ha legato la propria sorte politica, il premier De Villepin, che martedì ha minacciato di dimettersi. Via lui, Chirac sarebbe rimasto solo a un anno dalle elezioni. E allora meglio un pasticcio legale, in quello che appare il contrappasso di un Paese e del suo leader.
La Francia dei paradossi, dove tutti sanno che lo Stato sociale non è più sostenibile e va riformato, ma nessuno lo ammette; dove la piazza che urla conta più del Parlamento che rappresenta il popolo; dove i problemi non si affrontano ma si rinviano fino a quando non esplodono, come nell’autunno scorso con la rivolta delle periferie. E che non è difficile riconoscere nelle parole di Chirac. Non quelle di oggi, ma del 1995, quando l’allora leader gollista si fece eleggere al termine di una campagna costruita attorno a uno slogan, che oggi suona beffardo: «Ricomporre la frattura sociale».
In nove anni solo passi e falsi e piroette. Come nel 1996, quando difese i test nucleari a Mururoa per poi ricredersi dopo pochi mesi o nel 1997: mal consigliato proprio da Villepin, decise di sciogliere le Camere. Persuaso che il centrodestra avrebbe trionfato, fu smentito dagli elettori che diedero la maggioranza ai socialisti. È lo stesso errore che commise nel 2005 quando, senza averne l’obbligo, decise di indire il referendum sull’Unione Europea, dando per scontato il sì dei francesi. Sappiamo come andò a finire, e tutta l’Europa ne paga ancora le conseguenze. Sbagli talvolta puerili, come nel 2000, l’anno in cui, per ripicca, scatenò il boicottaggio della Ue contro il leader populista austriaco Haider, reo di averlo definito «un Napoleone tascabile».
E tante promesse ai suoi concittadini, sistematicamente disattese. Ieri il quotidiano Libération ha ricordato le più recenti. Nel 2002 fu eletto plebiscitariamente solo grazie all’harakiri della sinistra. «Non bisogna cedere alla tentazione dell’intolleranza e della demagogia», giurava solennemente. E ancora: «È necessario che la nostra società diventi più attenta verso gli altri». E all’indomani alla sconfitta alle elezioni regionali: «Ho inteso il messaggio dei miei compatrioti». Un presidente che si batte per il libero mercato ma poi alza barriere protezioniste. Uno Chirac che, come sempre, elude anziché risolvere.
marcello.foa@ilgiornale.it