E il boss smaschera il grande bluff dei pm contro Silvio e Dell’Utri

nostro inviato a Palermo

«Signor Filippo Graviano, lei conosce Marcello D’Utri?».
«No».
«Ha mai avuto rapporti con Dell’Utri di qualsiasi tipo?».
«Assolutamente no».
«Nemmeno di tipo diretto o indiretto?».
«No, non ho avuto alcun tipo di rapporto con lui, né direttamente né indirettamente».
Tre domande precise, tre risposte nette. Gaspare Spatuzza, killer pentito da cinquanta omicidi, è servito, smentito, sminchiato dal suo amico fraterno diventato un capomafia. È devastante la deposizione di Filippo Graviano da Brancaccio che a detta dei professori d’antimafia si pensava potesse in qualche modo confermare le dichiarazioni del pentito sugli accordi politici per le stragi in Continente e alle successive doglianze di Cosa nostra per le promesse non mantenute da Berlusconi. È devastante non solo per l’immagine dei giudici del processo Dell’Utri, che per ascoltare le rivelazioni di Spatuzza hanno riaperto un processo già avviato a sentenza. Lo è per tutte quelle procure che, al pari di Palermo, su queste asserite rivelazioni hanno riesumato procedimenti moribondi iscrivendo sul registro degli indagati il solito Berlusconi e l’immancabile Dell’Utri.
Il Grande Bluff di Spatuzza è, dunque, smascherato. Nessuna trattativa fra Stato e Antistato mafioso. Nessun contatto con Berlusconi e Dell’Utri. I diretti interessati lo sconfessano. Date sballate, circostanze inventate, frasi mai dette, incontri mai fatti: Filippo Graviano, con garbo, dà sempre del millantatore all’amico Gaspare. Comincia col dire che con Spatuzza, in carcere, si iniziò a parlare di legalità, rispetto delle regole, riguardo delle istituzioni in una sorta di silente dissociazione dall’azione di Cosa nostra, «a partire dal 2004», e non «dal ’99» come invece ha ripetutamente verbalizzato l’assassino-pentito.
Quanto alle frasi di Spatuzza che hanno fatto il giro del mondo il boss è sfrontato. È vero - chiede il procuratore generale - che lei disse a Spatuzza che «se non arriva niente da dove deve arrivare allora è il caso che cominciamo a parlare con i magistrati»? Silenzio e poi dissenso. «Non ho mai detto quelle parole a Spatuzza, ho tentato di spiegarlo già varie volte ai magistrati. Quando fui arrestato nel 1994 - e cioè nel periodo in cui, secondo Spatuzza, i Graviano avrebbero avuto assicurazioni da settori della politica - avevo solo pochi mesi da scontare e nessuno doveva farmi promesse. Non avevo processi pendenti e non ho mai detto di aspettarmi aiuti» da quei politici, per intendersi, che a gennaio ’94 non erano ancora divenuti tali.
Ma Graviano va oltre. «Se, come dice Spatuzza, dal 2004 al 2009 avessi dovuto consumare una vendetta (con i politici, ndr), lo avrei già fatto anche se io sono lontano da queste cose. Da allora sono passati cinque anni. Non è che io abito in un hotel (Graviano è in regime di carcere duro, ndr), non avevo motivo di aspettare tanto». Sfrontato e scontato, ma efficace. Quanto al resto delle elucubrazioni di Spatuzza, il capomafia misura le parole destinate a pesare sul prosieguo del processo Dell’Utri: «Per le mie scelte decido io e non lui o mio fratello (Giuseppe Graviano, ndr). Questo discorso che dice Spatuzza del 2004 nel carcere di Tolmezzo non c’è stato e non può esserci stato. Quando sono stato arrestato non c’era bisogno di chiedere aiuto a chicchessia. Per quella che è la mia pena non ho mai cercato scorciatoie e neppure un magistrato per chissà quale cosa...». E chi vuole intendere, intenda.
Possibile che Spatuzza abbia detto solo minchiate? Più che probabile. Quando il pg sollecita i ricordi del boss su un tale Dalfone che secondo il pentito a Brancaccio si occupava di pubblicità locale (l’intento è quello di arrivare a parlare di pubblicità nazionale legata ai Graviano, come ha astutamente azzardato Spatuzza citando i ricchi spot su Striscia la Notizia o gli interessi economici della cosca a Milano) il boss non lo manda a dire: «Il nome... no, ricordo, mi sembra, che erano artigiani, cosa facevano di preciso non lo so. Non so nemmeno dove avessero gli uffici». Ma la smentita più ridondante a Spatuzza arriva ancora da Filippo Graviano su un altro boss, Cosimo Lo Nigro: «L’ho conosciuto in carcere a Tolmezzo». Questo Lo Nigro, collegato pure lui in videoconferenza, venti minuti dopo conferma: «Ho conosciuto i due fratelli Graviano in carcere a Tolmezzo».
Se così stanno le cose, non torna la ricostruzione di Spatuzza sul viaggio che nel 1993 afferma di aver fatto insieme a Lo Nigro per andare a un summit a parlare con Giuseppe Graviano a Campofelice di Roccella. E di conseguenza non torna nemmeno la frase a effetto che Giuseppe Graviano avrebbe proferito, sempre a detta di Spatuzza, a commento dello stallo delle trattative e dell’attentato da fare allo Stadio Olimpico di Roma, «così chi si deve dare una smossa se la dà». Lo Nigro scuote le testa. S’avvicina al microfono e comincia: «Io a Gaspare lo conosco da prima del ’95. Ero amico suo, ne avevo come un fratello più grande». Però. «Però io ai due Graviano ho avuto il piacere di conoscerli solo in carcere o in qualche processo assieme. Forse, chissà, sono venuti al mio negozio di pescheria a comprare il pesce, non lo so, non me lo ricordo. Da liberi, però, non li ho mai conosciuti, da reclusi sì. Quanto all’incontro a Roccella... io, signor giudice, a Roccella non ci sono mai stato in vita, non so proprio dov’è questo posto».
L’accusa è al tappeto. Il ko tecnico potrebbe arrivare con Giuseppe Graviano, il terzo boss in videoconferenza, il presunto organizzatore delle stragi del ’93. Per fortuna della pubblica accusa, si chiude la bocca avvalendosi della facoltà di non rispondere. Se solo avesse ripetuto in aula quanto dichiarato nemmeno quattro mesi fa ai magistrati di Firenze, la sconfessione collettiva sarebbe stata completa. Parole e pensieri esternati il 28 luglio scorso: «Non ci può esser stato un discorso del genere. Quello può dire quello che vuole, ma che cosa ne poteva sapere un imbianchino come lui. Gaspare Spatuzza faceva il pittore, gli piace colorare le cose. Lui parla perché fa una ritorsione a qualcuno, sono fatti ridicoli i suoi». La verità vera è che «qui si parla di corna». Oltre che bugiardo, pure cornuto e mazziato.