E Bossi esulta: "Così ho scosso Silvio"

Roma - «Ci voleva un faccia a faccia con Prodi per riuscire a scuoterlo un po’...». Con chi lo sente al telefono il giorno dopo aver portato a casa la candidatura «unica» del leghista Tosi a sindaco di Verona, Bossi non nasconde una certa soddisfazione. Perché, ripete tra un tiro di toscano e l’altro, «quando Silvio ha saputo dell’incontro proprio non c’ha visto più...». E «si è rimesso in pista». Ormai da qualche settimana, infatti, il leader del Carroccio non perde occasione per manifestare ai suoi una certa preoccupazione per il nuovo corso del Berlusconi buonista, quello per intenderci che siede in prima fila ai congressi di Ds e Margherita tessendo le lodi del Pd.Con un timore: «Silvio sta trattando. O, a non voler essere maliziosi, ci sta quantomeno pensando». Al punto che solo qualche giorno fa anche uno solitamente schivo come Giorgetti raccontava ai suoi commensali di un Berlusconi «un po’ distratto» rispetto alle cose della politica.
Così, l’incontro di Milano è arrivato come la più classica delle ciliegine sulla torta. Perché in un colpo solo rimette la Lega al centro del dibattito, gli apre la possibilità di trattare con Prodi strategie comuni per stoppare il referendum (che per il Carroccio resta la peggiore delle iatture), la legittima come possibile interlocutore e, per usare le parole di Bossi, «scuote» il Cavaliere. Che, dice il Senatùr, «in qualche ora ha fatto quello che non era stato fatto in settimane», cioè risolvere la grana Verona dove il centrodestra era ormai ad un passo dal presentarsi con tre candidati diversi. «Tutto il resto», ripeteva Bossi giovedì sera durante la cena a casa Brancher in compagnia di Berlusconi e Tremonti, «sono solo sciocchezze».
Insomma, «nessuna tentazione» di passare dall’altra parte. Anche perché, fa notare uno dei colonnelli, «ormai i voti la Lega non li prende tanto con la battaglia sul federalismo quanto con quelle su identità e immigrazione, certamente poco conciliabili con la sinistra». Ad alimentare i dubbi, però, resta l’ormai annoso dualismo tra Maroni e Calderoli, con il primo che in questi mesi si è caratterizzato per le sue aperture al centrosinistra e i suoi strali contro il Cavaliere. Secondo gli stessi leghisti - scriveva ieri La Stampa - per colpa di un eccesso di protagonismo e dei consigli della sua «graziosa consulente per l’immagine che molti gli invidiano». Un modo, forse, per banalizzare un problema che in realtà esiste.

Ancora giovedì sera, infatti, Berlusconi ripeteva a Bossi di non poterne davvero più degli strappi dell’ex ministro del Welfare, sempre più «follinizzato». E il Senatùr avrebbe dato garanzie, al punto che la presenza dell’ex premier al Parlamento del Nord - messa in dubbio da Maroni che aveva pure fatto disdire la prenotazione della fiera di Vicenza - sarebbe di nuovo in agenda. Di dualismo, però, in Lega non parla nessuno, tanto che pure uno come Marco Reguzzoni, fedelissimo del Senatùr e, raccontano le cronache, non proprio in sintonia con Maroni, si limita a dire che tutti e due «stanno facendo il loro lavoro al meglio» perché «di fronte al rischio referendum ogni trattativa è benvenuta». Anche se, aggiunge il presidente della provincia di Varese, «escludo categoricamente» un avvicinamento al centrosinistra. Smentite a parte, però, di certo c’è che i rapporti tra i due non sono mai stati così freddi. Con Calderoli che non gradisce la sovraesposizione di Maroni, soprattutto su argomenti che ritiene di sua competenza (il Senato delle Regioni, per esempio). E con l’altro a rintuzzarlo in ogni occasione, come quando durante la crisi di governo avrebbe provato a organizzare una delegazione ridotta per escludere Calderoli dalle consultazioni al Quirinale.
Un dualismo, però, che va necessariamente ricondotto alla nuova stagione del Senatùr. Che, seppur non smaltirà mai del tutto gli acciacchi della malattia, nell’ultimo anno ha decisamente fatto passi da gigante, riprendendo in mano un partito che andava sfilacciandosi. Insomma, come la racconta chi lo vede tutti i giorni in via Bellerio, «ha ricominciato a mandarci tutti a quel paese come faceva prima». Di diverso c’è che l’assenza dalla scena romana lo costringe di fatto ad affidarsi ai consigli e alle sensazioni di chi a Roma c’è, ma pensare che questo si traduca in una corsa alla successione vuol dire conoscere poco il mondo della Lega. Dove al di là di suggeritori, amici e famigli, Bossi ha e avrà ancora per molto l’ultima parola.