E Bossi giura: «A Milano non perdiamo»

RomaUn respiro, qualche secondo per calibrare le parole, poi risponde: «Certo... non mi farò trascinare a fondo però... non perdiamo al ballottaggio» dice Umberto Bossi, finalmente, dopo due giorni di silenzio mistico. Subito prima aveva fornito altre due indicazioni sullo stato dei rapporti Lega-Pdl e sui ragionamenti fatti dai vertici leghisti nel dopo voto: «Abbiamo sbagliato campagna elettorale, abbiamo perso», pensando soprattutto a Milano. Poi però dal capo leghista arriva anche un messaggio distensivo, rivolto all’alleato e alle sirene del centrosinistra: «non fatevi illusioni» sulle conseguenze di questa batosta, nessuna rottura in vista con Berlusconi. Sono questi due i vettori dell’umore bossiano al momento. Da una parte i dubbi sulle performance dell’alleanza e sulle ripercussioni negative, rispetto alla base leghista, dell’abbraccio col Pdl. Dall’altra la convinzione che non ci sono grandi alternative («Il terzo polo ha fatto già gli accordi con la sinistra», ha detto in serata), e che Berlusconi (sentito ancora al telefono, si vocifera, in attesa di un faccia a faccia che già oggi ci potrebbe essere al Cdm) resta «l’unico garante delle riforme che ci interessano, il federalismo sta andando avanti, con la sinistra campa cavallo...». Uno strappo non sembra insomma all’ordine del giorno, come fa capire anche Roberto Maroni («Ho parlato con Bossi, non ha mai detto che la Lega vuole andare per i fatti suoi... Stiamo solo riflettendo, come facciamo sempre»).
Certo l’esito del voto ha scatenato i malumori leghisti verso il Pdl (il protagonismo di certi coordinatori, le correnti lombarde spesso in lotta tra loro, la comunicazione sbagliata, gli eccessi polemici, l’aver dimenticato «i problemi della gente»), considerato come una palla al piede nelle sfide locali («Quando andiamo da soli facciamo bene, se stiamo con loro i nostri ci contestano e perdiamo voti» spiega un deputato della Lega lombarda), ma pur sempre indispensabile a livello nazionale. I conti veri si faranno dopo il voto finale, a Milano, ma anche in caso di sconfitta si escludono rotture improvvise (anche se «non ci faremo trascinare al fondo...»). Tra l’altro, Umberto Bossi si dice sicuro che il centrodestra ce la possa fare a Milano, lo ha ripetuto ai suoi parlamentari incontrati ieri a Roma (a dire il vero, un po’ meno ottimisti del capo...). L’ordine è di marciare compatti, lasciar perdere i risentimenti con il Pdl e puntare al risultato, che conviene a tutti, divisioni a parte. Così si spiega anche l’esposizione mediatica di Matteo Salvini (a Porta a Porta, poi ad Agorà su RaiTre, nel giro di poche ore), che è il cavallo vincente della Lega a Milano, con quasi 9mila preferenze («Un terzo di quelle prese da Berlusconi...» osserva un parlamentare della Lega).
Salvini ha ricevuto mandato da Bossi di spiegare al popolo del centrodestra (leggi: i leghisti che hanno dato buca al primo turno) quali rischi si corrono con Pisapia sindaco: immigrati, centri sociali, moschee, aumento delle tasse. Il messaggio è: bisogna votare la Moratti, non perché la Lega ami quel candidato («Il nostro è un matrimonio di interesse» dice Salvini in tv»), ma perché «se non è il meglio, di là è peggio!!!» e «votare Pisapia è come tagliarsi le balle» scrive nella sua pagina Facebook l’eurodeputato milanese (che risponde anche ai leghisti delusi dalla Lega di governo e di pasticcio: «Parlare soltanto di cadreghe e romanizzazione non rende giustizia a un movimento che lotta da 20 anni...»).
La sfida della Madonnina è molto sentita dalla Lega, che è decisa a fare il possibile per recuperare «gli 80mila del centrodestra che non hanno votato al primo turno». Anche perché «siamo qui a Roma per far avere più soldi a Milano, e poi li facciamo amministrare alla sinistra?», si chiede un parlamentare del Nord. Ma non sono solo i fondi, ma anche le infrastrutture, le società collegate al Comune, su tutti «la Sea Milano, che poi gestisce Malpensa», un luogo simbolo per la Lega, che non può accettare di cederla ai nemici della padania.
Di motivi per non spezzare l’asse col Pdl ce ne sono a sufficienza, senza nascondere l’irritazione verso il Pdl specie lombardo (che è «un partito inesistente, dilaniato», e che in provincia di Varese e di Milano «ha personaggi pessimi con cui la Lega non vuole avere niente a che fare», si legga il caso Desio e poi la questione Busto Arsizio). Ma c’è il federalismo da portare avanti, con i decreti attuativi che arriveranno entro fine anno, con la proroga di sei mesi votata ieri in Parlamento. Calderoli è intervenuto annunciando un «percorso condiviso», dall’opposizione ma anche dal resto della maggioranza, ca va sans dire. I leghisti chiedono una finestra di «20 mesi» per le riforme costituzionali (riduzione dei parlamentari, Senato delle regioni etc). Distruggere l’alleanza in questo frangente non avrebbe molto senso. Malgrado le batoste e le liti, il matrimonio (di interesse) può continuare.