E Bossi non chiude la porta «Massimo è un politico vero»

Il Senatur teme inciuci tra i due Poli o che alla fine spunti «il tecnocrate» Amato

Adalberto Signore

da Roma

Carlo Azeglio Ciampi chiuderà i giochi solo alle 18.51, annunciando la sua indisponibilità a una ricandidatura alla presidenza della Repubblica. Ma già poco prima di mezzogiorno Roberto Maroni ha le idee piuttosto chiare: «Al Quirinale? Ci andrà Massimo D’Alema. Alla quarta votazione». Una previsione, quella del neocapogruppo della Lega alla Camera, buttata lì quasi per gioco, ma che dà la misura di quanto poco il Carroccio gradisse un eventuale Ciampi-bis. D’altra parte, era stato lo stesso Umberto Bossi a manifestare tutte le sue perplessità nella riunione dei deputati e senatori che si è tenuta la scorsa settimana a via Bellerio, quando Giulio Andreotti era ancora in corsa per la presidenza del Senato: «Se passa, con Ciampi ci ritroviamo due ultraottantenni ai vertici dello Stato. Roba da Unione Sovietica, dove li tenevano in carica anche quando erano morti da giorni».
Le cose, però, sono andate in modo diverso. E dopo aver buttato giù «il rospo Andreotti», sul Quirinale il Carroccio va avanti con i piedi di piombo. E lo dimostra la tempistica del gustoso minuetto che va in scena sulle agenzie di stampa, dove Maroni e Berlusconi - uno dalla Camera e l’altro dal Senato - sembrano quasi parlarsi l’un con l’altro. Il primo spiega che «non c’è una subordinata a Ciampi». E il secondo, però, lancia subito Gianni Letta, «candidato di tutta la Cdl». Di nuovo Maroni ribadisce che il centrodestra «non ha un candidato alternativo» e che «adesso dovrà tornare a riunirsi». E di nuovo Berlusconi fa sapere che «non serve un vertice» perché c’è la candidatura Letta. Con un significativo corollario dell’ormai ex ministro: «La Cdl si dovrà ritrovare per formulare una proposta, altrimenti ognuno sarà autorizzato a votare chi vuole».
E qui sta il punto. Perché, almeno nelle intenzioni, sulla partita del Quirinale la Lega pare decisa ad avere le mani libere. E non per strizzare l’occhio all’Unione, visto il patto d’acciaio stilato con il Cavaliere in vista del referendum («mi impegnerò al massimo e in ogni modo, a Umberto glielo devo», ripete Berlusconi ai leghisti). Le ragioni sono altre, prima fra tutte il fatto che Bossi è sinceramente convinto che, saltato Ciampi, tra i candidati possibili D’Alema sia il migliore. Perché è «un politico vero», spiega ai suoi, e perché tra i due c’è sempre stato un rapporto di stima e rispetto reciproco, sin dalla celebre cena delle sardine nel lontano 1994. Secondo il Senatùr, poi, con D’Alema al Quirinale ci sarebbe una «contrapposizione chiara» tra i due schieramenti. Insomma, «nessuna tentazione di inciuci». Senza considerare che, scartato il presidente dei Ds, rischierebbe di tornare in gioco Giuliano Amato, sgraditissimo a Bossi che lo considera un tecnocrate che non rappresenta nessuno. Insomma, per il momento l’intenzione del Carroccio pare quella di restare a guardare fino alla quarta votazione e, nel caso di impasse, magari dare pure una mano a D’Alema. Con una cautela d’obbligo: che della questione Berlusconi e il Senatùr ancora non hanno parlato a fondo.
Ma nella Lega non si parla solo di Quirinale. Anche la scelta di Giulio Tremonti di sedere alla vicepresidenza del Senato è argomento di conversazione. «Non capisco che ci va a fare - dice Giancarlo Giorgetti - visto che la sinistra gli farà presiedere tutte le sedute più rognose, ore e ore di interrogazioni. Molto meglio avrebbe fatto a fare lo speaker di Forza Italia». Chiosa ridendo Maroni: «Ora devo vedere Bertinotti. In nome della comune fede milanista gli chiederò di fargli presiedere tutte le sedute del venerdì».