E c’è chi si ostina a sognare un mondo in blu

Giuseppe Modica è un pittore che riconcilia con la bellezza, maltrattata o negata da tanta arte contemporanea, dove dominano video, installazioni, performance, trovatine e scandaletti di ogni genere. Una bellezza non epidermica, non compiaciuta, non esibita, ma intrisa di quella dimensione metafisica che è propria della vera, grande pittura.
La mostra di Andria, curata da Marco Di Capua, che comprende venticinque fra olii, acquarelli e disegni, conferma che Modica, pur nella sua originalità, è l’erede di Giorgio De Chirico, di Alberto Savinio e di Fabrizio Clerici, artisti della visione e della memoria insieme. In questa nuova personale, presentata a due mesi dalla rassegna romana di Palazzo Venezia, Modica privilegia paesaggi e interni illuminati dal suo colore preferito, il «blu Modica», come l’ha definito Di Capua. «Un blu - sottolinea il curatore - a voler essere esatti, piuttosto un mutevolissimo azzurro che variando instancabilmente include il celeste, il turchese, il ceruleo e, se guardi bene, magari il Blu Klein, quell’idea brevettata e molto esclusiva di un tono indimenticabile e unico e ossessivamente monocromo».
Il colore è, d’altra parte, colto dalla superficie di uno specchio che riflette l’immagine. Per l’artista «lo specchio è un diaframma che rileva e rivela la memoria. Lo specchio cristallizza sulla superficie del presente le immagini che vengono dal lontano passato». Realtà e memoria, superficie e profondità, trovano nelle sue tele e nei suoi acquarelli una sintesi esemplare, grazie all’apporto essenziale della luce. Una luce dove anche l’ombra è illuminata, una luce che avvolge ogni cosa in una dimensione misteriosa, in una sorta di sacro e di profano, di verità e di finzione.
Nel suo mondo espressivo sono profonde le radici siciliane. Lo specchio nasce, infatti, dall’amato Velàzquez ma anche, e forse soprattutto, dal conterraneo Pirandello che lo teorizzò non solo nel suo teatro. L’azzurro infinito dei suoi cieli è lo stesso della sua Mazara del Vallo, ma anche di tutta una Sicilia che ha dentro di sé la tradizione della Magna Grecia, con i suoi templi e la sua millenaria cultura. Ma la «sicilitudine» di Modica, come l’ha definita Leonardo Sciascia, uno dei suoi primi scopritori ed estimatori, è accompagnata dalle suggestioni dei grandi toscani del Quattrocento, da Piero della Francesca a Paolo Uccello fino a Masaccio, sui quali egli si è formato nei quindici anni di esperienze artistiche a Firenze.
Di qui nasce il fascino delle sue opere e il suo orgoglio, come ha notato con la consueta lucidità il critico Janus, «di aver fatto diventare la bellezza di nuovo un elemento di modernità». Quella bellezza che, come sottolinea lo stesso Modica, «presenta una corrispondenza fra valore formale e valore morale».

LA MOSTRA
«Blu Modica», Andria, Le Muse, fino al 1° aprile. Catalogo Silvana Editoriale.