E c’è pure il Merisi tenuto «nascosto» ad Hampton Court

Dopo il già citato restauro e la visione al pubblico (vedi qui a fianco) fino al restauro e la visione al pubblico, fino al 25 novembre prossimo della Conversione di Saulo, ancora un’opera del grande artista lombardo nella capitale. Questa volta il quadro proviene da lontano, per la precisione dalla Royal Gallery di Hampton Court e la sua storia è tra le più avvincenti. Del capolavoro, dal titolo la Chiamata dei Santi Pietro e Andrea, in mostra all’Ala Mazzoniana della stazione Termini, nei secoli infatti si erano perse le tracce. Sebbene si fosse certi di una esecuzione del grande artista di un’opera il cui tema era il medesimo, in realtà poco si sapeva della sua collocazione.
Realizzato intorno al 1600, secondo lo storico Maurizio Marini, uno dei più importanti studiosi di Caravaggio, l’opera arriva in Inghilterra, alla corte di Carlo I nel 1637, quando Orazio Gentileschi, era il consigliere e il pittore ufficiale della corte. Due sembrano essere i problemi inerenti il quadro, che probabilmente ne causano da subito la perdita nei meandri delle cantine della corte inglese. Intanto il tema eccessivamente cattolico, che fu soggetto a una serie di interpretazioni iconografiche assai distanti dal vero, e quindi dal tema che altro non è che la «chiamata» dei due santi. I tre uomini furono visti come tre discepoli, addirittura come tre pescatori, vista la presenza del pesce nella mani di Pietro, dimenticando, in questo caso, l’acronimo della parola pesce in greco, e la presenza di questo animale in molti dipinti e affreschi religiosi. Il secondo problema riguarda invece la figura di Gesù, secondo molti storici erroneamente ritratto imberbe. Anche in questo caso non un errore da parte dell’artista, il quale infatti aveva già realizzato, nelle due Cene in Emmaus, un Cristo molto giovane, appunto glabro, con il placet del cardinale Girolamo Mattei.
Una serie di dubbi in merito al tema e alla sua realizzazione agevolarono un certo disinteresse per il quadro da parte degli studiosi, e l’accumulo di una coltre di carbone e di vernici cotte hanno fatto il resto. Inserito e poi tolto tra le le attribuzioni, l’opera d’arte, grazie proprio a Maurizio Marini, e a sir Denis Mahon, da tutti riconosciuto come il più prestigioso studioso dell’arte del Seicento, è stata restaurata e inserita a tutti gli effetti come parte integrante del corpus di opere del grande artista. Per celebrare questo evento, la volontà di presentarlo a Roma, dove probabilmente l’artista lo eseguì. Per l'occasione, una piccola ma grande mostra dal titolo «Caravaggio. Capolavori nelle collezioni private». Piccola per l’esiguo numero di opere, grande per l'importanza di ognuno di questi capolavori, Il Sacrificio di Isacco, Il Cavadenti, il San Giovannino alla Sorgente, la Resurrezione di Lazzaro, e l'Adorazione dei pastori. Informazioni: fino al 31 gennaio 2007. \