E la Camera sfiducia la Iervolino

Che Rosa Russo Iervolino sia indifendibile, sembra chiaro. L’ostinazione con cui continua a rimanere sulla poltrona di sindaco di Napoli, a dispetto dei santi e dei Santori, dei registratori e dei registrati, del Pdl e persino del Pd, è degna di miglior causa. Insomma, Rosetta è assolutamente indifendibile.
Il problema è che, se Rosetta è indifendibile, è anche indifendibile cercare di staccarla dalla sua poltrona, a cui resta pervicacemente attaccata, con solventi innaturali. E fra i solventi innaturali c’è la boccetta parlamentare, per la precisione Laboccetta Amedeo. Costui è un deputato napoletano del Pdl che ieri ha presentato una mozione in cui si «impegna il governo a valutare se sussistano i presupposti per la rimozione del sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, per gravi motivi di ordine pubblico e per giungere conseguentemente allo scioglimento del consiglio comunale».
Trattandosi di Napoli, ieri nell’aula della Camera dei deputati è andata in scena la più classica delle sceneggiate. Perché il documento di Laboccetta è stato bocciato dal governo, che ha espresso parere negativo. Di fatto, chiudendo la questione, visto che nella mozione si impegna proprio il governo a fare qualcosa che l’esecutivo stesso si rende conto di non poter fare. Eppure, si è andati avanti lo stesso. I deputati del Pd e dell’Italia dei Valori hanno abbandonato l’aula per protesta contro la decisione di votare perché non si è mai vista una sceneggiata in cui non si faccia un po’ di ammuina e le esigenze spettacolari richiedono il rispetto di certi riti. A questo punto, si è votato il documento, e i deputati del Pdl hanno sconfessato il governo, dando il via libera alla mozione di Laboccetta.
Il resto è ordinaria vita politica italiana: agenzie di stampa con qualche decina di dichiarazioni e controdichiarazioni sul caso Iervolino; i vincitori che festeggiano e gli sconfitti che spiegano che non vale e non si gioca più; i dichiaratori da telegiornale che preparano i dieci secondi per il pastone politico dell’edizione serale. Insomma, il classico circo che circonda ogni giorno il teatrino di Montecitorio.
Niente ci è stato risparmiato. Nemmeno la lezione di diritto costituzionale di Rosetta: «Il voto della Camera è un pasticcio istituzionale. È inammissibile che il Parlamento entri nella vita interna di un Comune chiedendo la rimozione del sindaco e lo scioglimento del Consiglio». Il tutto condito di dotti riferimenti ai lavori preparatori della riforma del titolo quinto della Costituzione sul federalismo, che si sono svolti nella commissione Affari Costituzionali di Montecitorio proprio quando era presieduta da lei.
E sapete qual è la cosa tragica? Che - al di là del fatto che il sindaco di Napoli è l’ultima che dovrebbe parlare di queste cose e persino al di là della circostanza che quello che è andato in scena negli ultimi mesi nel capoluogo campano è uno spettacolo davvero osceno - la Iervolino ha fondamentalmente ragione. Che l’aula di Montecitorio, ieri pomeriggio, è riuscita a dare legittimità alle parole del sindaco di Napoli. Circostanza rarissima di questi tempi.
In tutta questa storia, l’unico a uscirne decentemente sembra essere il governo. Perché il parere positivo alla mozione che chiedeva lo stop all’amministrazione napoletana avrebbe contraddetto tutto il lavoro fatto sul federalismo e sui maggiori poteri agli enti locali. Non è ammissibile un federalismo à la carte, dal quale ognuno tira fuori solo quello che gli comoda. Trattasi di questione di serietà, come con il garantismo. Chiaramente chi è garantista con i compagni di partito non può (non potrebbe) poi diventare forcaiolo quando magari lo stesso pm se la prende con un avversario politico. E questa è la grande lezione di Silvio Berlusconi, che non tutti fra i suoi hanno assimilato. Idem per il federalismo e l’ingerenza dello Stato centrale nelle questioni regionali, provinciali e comunali.
Insomma, Rosa Russo Iervolino deve andare a casa. Anzi, avrebbe dovuto farlo già da parecchio. Ma perché non rappresenta più i napoletani, perché fra i suoi concittadini si respira una sfiducia totale. Non per una questione di carte bollate, sia pure con i timbri della Camera.
È una storia di sottrazione di vocale: emozioni, non mozioni. Ma la politica non è l’enigmistica.