E il canto del muezzin placò il «Mefistofele»

Emozionante il concerto di Muti nel deserto tunisino

nostro inviato a El Djem (Tunisia)
Il soffitto non c'è. Come volta, basta e avanza quella del cielo. Non serve nemmeno un lampadario, tanto lassù brillano le stelle e la luna africana. Sotto ai piedi, né legno né moquette, ma soltanto un soffice tappeto di sabbia. Quanto all’aria, quella condizionata sarebbe assolutamente inutile, perché dal Mare Nostrum, poco lontano, arriva una gradevolissima brezza: tiepida e stordente di gelsomini, delicata quanto imperiosa. È in questo scenario magico del teatro romano di El Djem, un Colosseo di pietra arenaria dal colore dorato, eretto nel deserto della Tunisia un secolo e mezzo dopo quello capitolino, che lunedì notte Riccardo Muti, con l’orchestra e il coro del Maggio musicale fiorentino, ha fatto «esplodere» le note del Mefistofele dello «scapigliato» e milanesissimo Arrigo Boito.
Sopportando, «io che provo fastidio perfino per i colpi di tosse» - ha ammesso poi il maestro - anche «i rumori della vita» provenienti dalla piccola comunità a ridosso dello storico monumento. Compresi quelli prodotti da un motociclista dal tubo di scarico «spetazzante» e molto poco musicale. È stata un’ennesima tappa, questa nordafricana, del pellegrinaggio artistico e dell’itinerario di fratellanza del Ravenna Festival. Una nuova «stazione» di quelle «Vie dell’amicizia» che da dieci anni l’istituzione musicale della città romagnola ha deciso di percorrere là dove il mondo è ferito (la prima fu Sarajevo) o comunque in quel bacino del Mediterraneo di cui Ravenna stessa è stata il cuore e il ponte ideale, sospeso tra Oriente e Occidente.
Avrebbe dovuto fendere l’aria del deserto libico, nel teatro di Sabratha, la bacchetta del maestro Muti, ma un problema di sicurezza sorto all’ultima ora (settemila richieste di visti per il concerto proprio in coincidenza con il vertice dei capi di Stato africani a Tripoli) aveva fatto saltare tutto. Costringendo la macchina organizzativa ravennate presieduta da Cristina Muti - «una donna capace di muovere le montagne» l’ha definita Marco Tronchetti Provera, sponsor della manifestazione attraverso il Progetto Italia di Telecom - a compiere il miracolo di un trasloco precipitoso, ma perfetto, portato a termine nel giro di una sola settimana. Così l’altra notte, dopo un viaggio di oltre due ore in treno attraverso l’antico deserto trasformato ai primi del secolo scorso, grazie alla consulenza di agronomi italiani, in un unico uliveto a perdita d’occhio, il viaggio dell’amicizia si è fermato nella stazioncina bianca e azzurra di El Djem, orlata di merli come una Fortezza Bastiani.
E dopo il breve ristoro in una bouvette sui generis all’aperto (aranciata e dolcetti di pistacchio), improvvisata sotto il primo dei tre ordini di arcate del Colosseo africano, il parterre e le scalinate di pietra si sono riempite via via di pubblico e personalità tunisine e italiane. Qualcuno - è pur sempre Africa! - ha tardato un po’ troppo, arrivando a inni nazionali già suonati sotto lo sguardo severo del maestro Muti, l’unico in grado di dare dignità musicale anche al povero spartito di Mameli. Poi, per un’ora e mezzo, sotto i volteggi e i sibili indispettiti dei pipistrelli, sloggiati dalla luce dei fari e delle torce dai loro bui e freschi anfratti di pietra arenaria, è stata soltanto la musica. Suoni e voci amplificate e rimandate magicamente, con acustica perfetta, dalla cinta muraria dell’anfiteatro di El Djem, un ovale alto 36 metri che si sviluppa per poco meno di mezzo chilometro.
E alle 22.30 c’è stato anche un breve, intenso, quanto inaspettato momento di silenzio. Quando Muti, in una pausa, dopo aver raccolto un applauso, ha udito come tutti la voce del muezzin che dal minareto poco lontano lanciava nell’aria la sua preghiera, l’ultima della giornata, per i fedeli islamici, dopo quella del tramonto. «Era ovviamente un effetto inaspettato - ha spiegato ieri Muti in una conferenza stampa a Tunisi - ma una buona musica cerca sempre le sorprese. Ho pensato che quella voce di preghiera si inserisse perfettamente nel contesto dell’opera. Anzi la preghiera non ha interrotto, ha fatto da ponte con la nostra musica proprio nel momento in cui si parlava di bellezza e di ricerca della pace. Momenti simili travalicano le religioni, le culture e le razze diverse», ha concluso il maestro. Così le sue braccia sono rimaste ferme, incollate al corpo. Immobili, per qualche minuto, come la sua bacchetta. In fondo, quelle che arrivavano attraverso i grandi archi di pietra erano le note di un Dio, la musica di una fede. E meritavano il dovuto rispetto.