E Casini resta impantanato ai piedi del Colle

RomaCon un grosso sigaro spento in bocca Pier Ferdinando Casini ieri attendeva gli eventi stravaccato su una poltrona del Transatlantico, accanto al fedele Roberto Rao. Molto autoironico, commentava con i giornalisti che il completo gessato che aveva indosso, visibile fin dalla buvette per i colori sgargianti, rosso e blu, come il Bologna Calcio, non era piaciuto per niente a sua moglie Azzurra prima di uscire di casa. Sempre sorridente e flemmatico, come se quella di ieri fosse una giornata come un’altra, Casini ha in realtà sparato qua e là alle agenzie una serie di siluri all’indirizzo di Berlusconi che neanche un Di Pietro ispirato sarebbe riuscito a lanciare. Il premier è «l’ultimo dei mohicani», ha una «totale insensibilità ai problemi del Paese», i 316 sì sono «una vittoria di Pirro», tanto «si voterà nel 2012». E noi «siamo pronti».
Battagliero, Casini, altro che democristiano. Appena ventiquattr’ore prima ancora attaccava: «Berlusconi è un campione di chiacchiere». Il centro non dovrebbe essere moderato? Invece Casini scalcia, punta dritto al premier. Corteggia e critica chi lo sostiene: «Abbiamo fatto una proposta per un governo di responsabilità nazionale coinvolgendo il Pdl». Ma loro, i pidiellini, «per difendere il presidente del consiglio preferiscono essere contenti di 316 voti».
C’è chi dice che, sebbene l’Udc veleggi intorno a un ottimo 7-8% nei sondaggi, per il capo questo non sia un momento facile, perché sono le settimane in cui deve decidere cosa fare da grande. Bersani lo corteggia, vuole intese su una dozzina di punti, con lui e con Vendola. Non è una novità: alleanze con tutti pur di eliminare Berlusconi, la tattica senza fantasia del Pd. Ma Casini può andare a fare la ruota di scorta di un remake dell’Unione? Bersani precisa che questa ampia alleanza non è un Unione due, ma mettere insieme Casini e Vendola è pur sempre una grande ammucchiata. Casini sarebbe insomma uno dei tanti, e il passato ha dimostrato come chi entra nell’ammucchiata si brucia o si spegne, vedi Bertinotti, Pecoraro, Diliberto.
Ma il «siamo pronti» dell’Udc per le elezioni non può significare neanche affiancare la campagna elettorale del centrodestra dopo tre anni di puntigliosa opposizione, con l’ultimo mese anzi all’arrembaggio del presidente del Consiglio. Casini, e non solo lui, speravano dall’inizio dell’anno in una decadenza lenta di Berlusconi. Solo questo avrebbe consentito l’avanzata di un nuovo centro, il sogno di molti di una nuova Dc al passo con i tempi. Moderati è la parola più in auge. E ottimi interlocutori di Casini sarebbero, nell’ottica di un dopo-Berlusconi, Maroni e Alfano. Entrambi con talento da leader, i due delfini. In questo scenario allora sì Casini avrebbe un futuro più stimolante davanti a sé: il Quirinale più che la presidenza del Consiglio. L’aver rivestito il ruolo di presidente della Camera è un ottima base di partenza per poter, se non sperare, sognare.
Ma le settimane, i mesi passano, e niente cambia. Berlusconi è sempre lì, a guida del centrodestra, forte del suo carisma e del suo ottimismo spiazzante. Quando entra in aula cento mani sono tese verso di lui, e la maggioranza non perde quota. Casini ha voglia a tenere in bocca sigari spenti. C’è ancora da aspettare. E l’attesa, si sa, macera i nervi.