E il caso Abu Omar sarà il banco di prova con Bush

Castelli ferma la richiesta di estradizione degli agenti Cia. Ma la Procura: ci penserà il nuovo governo

Emanuela Fontana

da Roma

Il rapporto della coalizione di centrosinistra con gli Stati Uniti avrà subito un banco di prova: oltre alla questione Irak, in agenda ci sarà fin dai primi giorni il «caso Abu Omar». La pratica della sparizione gestita dall’intelligence americana dell’ex imam della moschea di Milano che ha visto coinvolti agenti Cia passa infatti a Romano Prodi, dal momento che il ministro della Giustizia Roberto Castelli ha dato una definitiva risposta ai magistrati. Il Guardasigilli ha detto cioè che non presenterà all'America la richiesta di estradizione e l’ampliamento delle indagini all’estero nei confronti di 22 agenti ritenuti responsabili del rapimento dell’ex imam, sequestrato nel febbraio del 2003.
«Sono stato messo con le spalle al muro dalla procura di Milano - ha chiarito Castelli dopo l’ufficializzazione della decisione -. Mi dispiace perché in questo modo si blocca una operazione che stavamo portando avanti con gli Stati Uniti e che speravo andasse in porto. Ora non ho più alcuna arma di pressione. Sono estremamente amareggiato».
Il procuratore aggiunto Armando Spataro, titolare dell’inchiesta sul sequestro di Abu Omar, non ha perso tempo e ha subito rilanciato con toni altrettanto risentiti: la procura «reitererà la richiesta di estradizione non appena sarà formato il nuovo governo nella convinzione di poter ottenere una diversa valutazione».
Spataro precisa che la decisione di Castelli è «legittima», ma la richiesta arriva «oltre cinque mesi dopo le richieste formulate dal procuratore capo Manlio Minale». La dichiarazione ha una punta di polemica: la decisione di Castelli, sostiene il pm, «ha il pregio di essere una decisione con conseguente assunzione di responsabilità politica da parte del ministro in carica».
Castelli non vuole fornire dettagli della «trattativa» con gli Stati Uniti, ma chiarisce che «poteva andare a vantaggio del Paese» e che ne aveva messo a conoscenza la procura: «Il procuratore Manlio Minale mi ha inviato la settimana scorsa una lettera in cui ribadiva che la legge mi imponeva di decidere, facendomi velatamente intendere che altrimenti sarei incorso in un'omissione di atti d’ufficio».
La scelta di non inviare la richiesta di estradizione è stata presa «d’intesa con la presidenza del Consiglio» e Castelli la motiva così: «Non me la sento di mandare agli Stati Uniti il segnale che lasciamo liberi i terroristi assolti dai magistrati e ci occupiamo di arrestare i cacciatori di terroristi».
Una conferma alle parole del Guardasigilli arriva da Mario Blandini, procuratore generale di Milano, parlando di un incontro a due dell’8 marzo: «Il ministro - precisa il pg - mi fece presente che non intendeva sottrarsi al dovere di dare una risposta, ma che intendeva attendere altri 15 giorni nella speranza di ottenere un qualche risultato in questa complessa trattativa».
Ora per il prossimo governo potrebbe aprirsi un braccio di ferro con gli Stati Uniti, sostiene Abdel Hamid Shaari, responsabile del centro di cultura islamica della moschea di viale Jenner: «Difficile che il governo americano consegni i 22 agenti Cia qualora la richiesta, respinta oggi dal ministro Castelli, venga rinnovata».