E la Cassazione apre una porta verso l’eutanasia

La Suprema corte vuole un altro processo: "Lasciate morire quella ragazza se la scienza non può curarla e se lei l’aveva chiesto"

Milano - La Cassazione ha deciso per Eluana, ma Eluana non lo saprà mai, perché da 15 anni è immobile in un letto, persa in un limbo sconosciuto che i medici chiamano «stato vegetativo permanente». Una decisione che contraddice precedenti pronunce e riapre il dibattito sull’eutanasia, infiammando i fronti che su questo tema sono fermi a un perenne muro contro muro.

I supremi giudici hanno stabilito, più che altro, che qualcuno deve pur decidere se Eluana Englaro può vivere ancora: cancellando il «no» a staccare il sondino che la alimenta già pronunciato da tre tribunali (compresa la stessa Cassazione) hanno affidato il destino della donna, oggi 35enne, a «una diversa sezione della Corte d’appello di Milano». Diversa rispetto a quella che già bocciò la richiesta di Beppino Englaro, il padre di Eluana che dal ’99 ha deciso di combattere la battaglia per «far smettere di soffrire» la figlia. La ragazza è stata così trasformata in un simbolo della lotta per la «dolce morte». Proprio come Piergiorgio Welby, ma con la differenza che lei non può dire la sua. La Cassazione ora apre alla possibilità di staccare la spina: «l diritto all’autoderminazione terapeutica del paziente, dicono i giudici, non incontra alcun «limite» anche nel caso in cui ne consegua «il sacrificio del bene della vita». La «dolce morte» dunque è possibile «ove il malato giaccia da moltissimi anni in stato vegetativo permanente» e «sia tenuto artificialmente in vita mediante un sondino nasogastrico», il giudice «può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario». Un potere di vita e di morte assoggettato a due sole condizioni. Il primo: che la «voce del paziente sia realmente espressiva, in base a elementi di prova chiari, concordanti e convincenti, della volontà del rappresentato, secondo il suo stile di vita e i suoi convincimenti». Quelli espressi «prima di cadere in stato d’incoscienza», perché la «voce del paziente» stavolta nessuno può più sentirla. Il secondo: «Che la condizione di stato vegetativo, in base a un rigoroso apprezzamento clinico, sia irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno a una percezione del mondo esterno».

Salomone non avrebbe saputo fare di meglio: i supremi giudici demandano l’accertamento di questi requisiti ai colleghi dell’Appello. Poco importa che, come dice Ignazio Marino, medico e presidente della Commissione sanità del Senato «nel caso dello stato vegetativo permanente nessun medico potrà sottoscrivere che non è mai reversibile». Resta solo la possibilità di affidarsi, conclude Marino, «all’esperienza internazionale sulla ragionevole irreversibilità».