E le cassiere pagate per stare a casa

Paola Setti

Romana fa di cognome Fortuna e inizia a creder che sia vero: dal febbraio scorso prende lo stipendio per non lavorare («Che devo fare se non riderci su?»). La verità è che la sua è una storia che nemmeno Kafka poteva immaginare. Il 13 gennaio del 2003 la Coop la licenziò, per quello «scandalo dei bollini» che travolse le sedi di tutta la Liguria. Un centinaio di dipendenti furono accusati di aver accreditato troppi punti spesa sulle proprie tessere, «e la Filcams Cgil per difenderci altro non seppe fare che proporci la mobilità», raccontano i più coraggiosi. Ci volle coraggio anche per impugnare il licenziamento e infatti lo fecero soltanto in quattro, tutte donne: due a Genova, una a Vado Ligure e una alla Spezia.
Romana, 42 anni e «scriva il mio nome bello grosso», ha vinto la causa civile sul licenziamento, ma non è stata reintegrata in servizio in attesa che, a novembre, il giudice si esprima sulla denuncia per furto da parte di Coop, per la quale il pm ha chiesto l’archiviazione. Mal comune mezzo gaudio, ma c'è a chi è andata peggio. Lina Sportiello per esempio, 51 anni e una figlia cresciuta da sola, accettò di entrare in mobilità «altrimenti, mi dissero, mi avrebbero denunciata per furto». Risultato: «Finita la mobilità mi hanno lasciata a casa, alla faccia del sindacato che prometteva di reintegrarmi. Adesso vado a servizio nelle case, per 600, 700 euro al mese». Il tutto, accusa, «per sette punti in tre anni» e al termine di «un leggero mobbing», dalle responsabilità «che erano mie anche se non lo erano» al full time mai concesso agli orari. «Un giorno, ero in vacanza in Sardegna, mi telefonarono dicendomi di rispondere sì o no. Con il sì sarei passata a fare il part-time pomeridiano. Con il no avrei dovuto lasciare la sede di San Francesco Da Paola e trasferirmi ad Arenzano con il turno di mattina. Scelsi il sì e quando, dopo tre mesi, chiesi di tornare al mio vecchio turno, mi dissero che sarei dovuta andare per forza ad Arenzano. Non ci andai». Fu allora che iniziò la vicenda dei bollini. «Nessuno ci disse che la tessera era personale» lamentano tutti.
Romana Fortuna la mette giù ancora più dura: «Le accuse sulla raccolta punti non sono vere». Respinge ogni addebito anche una cassiera di Vado, che, accusata di aver favorito un socio registrando sulla sua tessera anche gli acquisti di altri clienti, ha impugnato il licenziamento davanti al giudice del lavoro. «Io so solo che hanno mandato via gente che lavorava qui dagli anni ’70 ed era sempre stata irreprensibile» dice Romana. Lei era stata assunta nell’85: «La lettera di licenziamento me l’hanno consegnata a mano. Quando ho vinto la causa civile, Coop è stata costretta a risarcirmi gli stipendi non retribuiti e a reintegrarmi». Ma quando si è presentata al lavoro le hanno consegnato un’altra lettera: «Era la sospensione dal lavoro con diritto alla retribuzione, articolo 181 del codice civile. In Coop non mi vogliono».