E Castro racconta: «Il suo tallone d’Achille era la temerarietà»

È inevitabile quando ci si riferisce a un mito: si crede di saper tutto su Ernesto Che Guevara e invece brandelli di verità emergono poco alla volta, senza mai comporre un quadro definitivo. In ogni caso aiutano molto gli scritti e i discorsi di Fidel Castro (Io e il Che, pagg. 189, euro 8.40) pubblicati in questi giorni dalla Mondadori, l’uomo al quale il rivoluzionario argentino di nascita ma «di cuore sudamericano» si affiancò dopo un pomeriggio di conversazioni, in Messico (lui era scappato dal Guatemala).
Le zone d'ombra sono tante, a cominciare dall’abbandono (alla fine del 1964) di Cuba. Fatto che scatenò sulla scena internazionale varie illazioni, più o meno tutte imperniate su presunti contrasti tra il guerrigliero e il lider maximo. Castro si ritenne in obbligo, il 3 ottobre 1965, a smentire le «dicerie». Parlò ironicamente di «uccelli del malaugurio» riferendosi alle voci sulla malattia del Che, sui disaccordi politici. Nel suo fervore tribunizio afferma una cosa storicamente rischiosa: «...i nemici son sempre pronti a dire: ecco l’oscuro e terribile comunista, gli uomini che scompaiono, non lasciano traccia, non lasciano segni, senza spiegazione...». Già, come se la storia del comunismo mondiale non fosse costellata di sparizioni. Castro prende atto che i cubani diventarono sospettosi dinanzi all’assenza del Che sulla scena pubblica, ma precisa che «avevamo le nostre ragioni per aspettare, per parlare al momento opportuno».
Quella assenza era davvero chiassosa. Del resto Guevara aveva molti incarichi: ministro dell’Industria, direttore della Giunta per la pianificazione, presidente della Banca nazionale, comandante dei distretti militari, capo di delegazioni politiche, economiche «o di amicizia». Castro tira fuori dalla tasca una lettera dell’amico companero, datata L’Avana e consegnatagli il primo aprile ’65. Scrive il Che: «Sento che ho compiuto la parte del mio dovere che mi lega alla Rivoluzione cubana nel suo territorio e prendo commiato da te (Castro, ndr), dai compagni, dal tuo popolo, che è anche mio». E più in là: «Nessun vincolo legale mi unisce più a Cuba... altre terre del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi... è giunto il momento di separarci».
A proposito di contrasti tra i due, è significativo il passo di un altro discorso di Fidel, laddove si parla di gestione economica dell’isola. Tra le righe si può avvertire un tono giustificatorio, soprattutto quando Castro spiega che Guevara «era radicalmente contrario a utilizzare ed elaborare le leggi e le categorie economiche del capitalismo nella costruzione del socialismo». Spiega anche che «alcune idee del Che furono male interpretate e anche male applicate». Un disappunto? Una presa d’atto che i risultati economici non erano proprio quelli sperati? Guevara contava molto. Tanto è vero che nel giugno 1960 il quotidiano americano U.S. News World Report scrisse: «Osservate dietro Fidel Castro e suo fratello Raul il vero Dittatore rosso di Cuba. Ernesto Che Guevara è il “cervello” del governo di Castro. Guevara non è un latino emotivo e impulsivo, ma un comunista freddo e calcolatore».
Con l’emozione dell’amicizia, Castro tuttavia racconta che Guevara aveva il suo tallone d’Achille: la temerarietà. E probabilmente fu questa temerarietà a far cadere Guevara nell’imboscata in Bolivia. Ci fu qualche delatore? La Storia se lo chiede da anni. Si fece anche il nome del filosofo francese Régis Debray, catturato dall’esercito boliviano mentre fuggiva dal paese, poi processato e infine graziato. Parlando dei diari boliviani del Che, Castro dice che il suo amico espresse «un certo malcontento e, a volte, qualche dubbio sul suo comportamento» (di Debray, ndr). Pare che a tradire il gruppetto armato di Guevara fosse stato un certo Bustos. Rimane il fatto che il Che, che scriveva minuziosamente pagine di diario, a proposito del processo a Debray (3 ottobre 1967) si limitò a una frase generica.
Sul dubbio che il «dittatore rosso» venuto dall’Argentina fosse in lite con Fidel - qualcuno parlò addirittura di una «epurazione» - interviene anche il giornalista Dario Fertilio (esce in questi giorni da Marsilio il suo La via del Che). Fertilio si muove in modo romanzesco tra le ombre del guerrigliero, dopo un mese di soggiorno e documentazione a Cuba. Fa dire a un giovane cubano: «Il Che aveva dubbi su tutto. Sul futuro del comunismo. Sulla sua possibilità di durare. Sul destino dell’Unione Sovietica...». L’uomo che la notte recitava poesie erotiche all’amata moglie se n’era andato dall’Avana per un ideale fortemente internazionale oppure perché a Cuba non poteva più realizzare i suoi programmi?