E la Cgil fa proseliti. Un iscritto su cinque è extracomunitario

Boom di tesserati stranieri per l'associazione che grazie al governo è mediatrice sui permessi di soggiorno

Milano - Circa il 20% degli iscritti alla Cgil, ovvero uno su cinque, è immigrato. D’altra parte circa il 72% degli immigrati regolari è iscritto ad un sindacato e il numero di stranieri sindacalizzati cresce ad un ritmo impressionante, oltre 100mila nuove tessere all’anno, tanto che negli ultimi cinque anni più del 30% di nuove iscrizioni sono arrivate proprio da loro. La penetrazione del sindacato tra i lavoratori stranieri varia molto da regione a regione, a seconda della forza del sindacato, della presenza di immigrati e dello stato di salute di settori produttivi che tipicamente impiegano manodopera straniera. In Lombardia, per esempio, ha spiegato ieri la segretaria confederale della Cgil Morena Piccinini durante la «Conferenza regionale dei migranti», la percentuale media di iscritti non italiani scende al 10%, ma con punte del 25% nell’edilizia. Il picco massimo di stranieri tesserati Cgil si trova invece in Emilia Romagna, regione rossa e ad alta occupazione, seguita a distanza da Campania, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Lazio (altre statistiche si trovano nel IV rapporto Ires su «Immigrazione e sindacato»).

Sono dunque loro, i lavoratori immigrati, il nuovo bacino di consenso del sindacato e della Cgil in particolare, che non a caso ha sposato la causa della regolarizzazione degli extracomunitari facendone la propria bandiera multicolore. Il congresso della Cgil, a marzo, si è aperto con un annuncio del segretario Guglielmo Epifani che suonava come un programma politico per gli anni a venire: cittadinanza ai figli dei lavoratori immigrati che nascono in Italia, senza bisogno di aspettare il raggiungimento del 18° anno d’età per fare domanda. «La maggior parte degli stranieri - ha detto la Piccinini - sono qui da tanti anni, lavorano, pagano le tasse e devono avere gli stessi servizi dei cittadini italiani a partire dai diritti legati alla cittadinanza». E per questo la Cgil si schiera per un cambiamento «radicale» della legge nazionale e anche regionale. «Ad esempio la Bossi-Fini è frutto di una cultura del controllo, del sospetto e anche della sopraffazione - dice la responsabile Cgil -. È improntata allo scontro di civiltà».
Recentemente il governo ha fatto un grosso regalo alla Cgil, permettendole di acquistare un enorme credito tra i lavoratori stranieri e metterlo a frutto per la sua «campagna iscrizioni».

A dicembre l’esecutivo ha infatti modificato le procedure per il rilascio dei permessi di soggiorno, assegnando ai patronati sindacali (cioè alle strutture, in gran parte legate alla Cgil, delegate all’assistenza diretta dei lavoratori) un ruolo centrale per l’ottenimento del documento. Al patronato Inca-Cgil spetta così il compito di assistere gli immigrati nella compilazione della domanda e nella individuazione dei documenti da allegare e in tutte le successive fasi burocratiche, prima riservate esclusivamente agli uffici pubblici. E succede spesso - come si può leggere su stranierinitalia.it, il portale degli immigrati in Italia - che i sindacalisti offrano oltre all’assistenza anche informazioni sui altri servizi disponibili agli iscritti della Cgil e che insomma cerchino proseliti tra gli stranieri. I numeri sembrano dare ragione ai sindacati, ma gli immigrati lamentano che l’interesse per l’iscrizione non sia poi ripagato con un adeguato impegno in fase di contrattazione, dove le esigenze dei lavoratori stranieri - sostengono molti utenti del sito - sono scarsamente rappresentate. Eppure i nuovi iscritti immigrati sono una doppia fonte di ricchezza per il sindacato. Politica, ma anche finanziaria. Perché le iscrizioni fruttano. Da una parte ci sono i rimborsi che lo Stato assegna ai patronati sindacali per l’assistenza agli immigrati. E poi le ritenute pagate dagli immigrati iscritti, che messe insieme fanno una somma tutt’altro che modesta: 43,5 milioni l’anno.