DALÌ E IL CINEMA Il gioco surrealista sul grande schermo

La possibilità di trasformare la realtà in una giostra sfrenata dell’immaginazione: era questo che attirava l’artista Una rassegna alla Tate Modern di Londra illustra il suo flirt con la macchina da presa

Profondamente affascinato dal cinema, Salvador Dalì non seppe resistere alle sue lusinghe, sperimentò sceneggiature, esplorò l’animazione, propose documentari, schizzò scenografie. Lo attraevano la sua poetica magica, il potere dell’illusione, la possibilità di trasformare la realtà in un prodotto sfrenato dell’immaginazione. Nel cinema, scriveva, «il surrealismo diventerà realtà». Fu del resto proprio la sua prima collaborazione con Buñuel nel film Un chien andalou (1929) ad aprirgli le porte del cenacolo surrealista parigino.
Un’imponente mostra indaga per la prima volta il ruolo che il mondo della celluloide svolse nell’opera pittorica di Dalì. Un ruolo «centrale» secondo i curatori che in Dalì & Film in corso alla Tate Modern di Londra (fino al 9 settembre) analizzano i primi esperimenti, le sue collaborazioni con Buñuel, i Marx Brothers, Hitchcock e Walt Disney con proiezioni corredate da disegni, fotografie e manoscritti in un percorso intrecciato a una sessantina di dipinti con l’intento di presentare un ritratto completo dell’artista nei suoi due momenti complementari. Ma se è vero che Dalì flirtò col cinema fin dagli anni Venti, la tesi della rassegna è controversa, contestata da autorevoli critici d’arte, la pretesa che il cinema giocò un ruolo fondamentale nella pittura di Dalì è oziosa, proclamano, fu piuttosto il contrario. Perché a dispetto della sua decadenza, la sua statura quale supremo fra i pittori surrealisti nel più brillante degli otto decenni della sua vita - gli anni Trenta - resta intatta.
Organizzata dalla Tate con la collaborazione della Fondazione Gala-Salvador Dalì di Figueres, la rassegna è promossa da Dawn Ades, direttrice del Centre of the Study of Surrealism and its Legacies, da Montse Auger direttore del Centres d’Estudias Dalinians, Félix Fanès autore di Dalì: Cultura de Masas e Matthew Gale della stessa Tate, autori tutti di illuminanti saggi nel volume Dalì & Film (Tate Publishing) che accompagna la rassegna. Suddiviso cronologicamente fra sale in cui si proiettano i film, bacheche ricche di materiale relativo, e sale che presentano i dipinti, l’itinerario espositivo inizia con opere degli anni Venti in cui si fondono le meravigliose suggestioni futuristiche, metafisiche e cubiste, scene notturne di Madrid, un ritratto di Luis Buñuel, l’importante Apparecchio e mano, l’Adattamento del desiderio, che già sembrano sottolineare l’assonanza con i suoi primi esperimenti nel cinema. «Nel suo slancio verso una pittura oggettivistica - scrive Fanès - la metafora del film assume un significato sempre maggiore per Dalì». Sono gli anni in cui con Buñuel e Lorca esaltava l’importanza della fotografia e del cinema, nel contempo cimentandosi col suo concetto di anti-arte.
Seguono le proiezioni delle due collaborazioni con Buñuel, Un chien andalou e L’Age d’Or (1930). Violento nella prima sequenza della lacerazione dell’occhio, illogico e dinamico, il primo si poneva come una provocante alternativa al razionale dalla quale lo spettatore non ha via di scampo, mentre il secondo, più lungo, più aggressivo e più complesso è un amaro capolavoro che tradisce il disagio politico fra i surrealisti.
Negli anni successivi Dalì creava le sue opere pittoriche più grandi, che la rassegna mette in evidenza: Solitudine, Ombre al calar della notte, Il senso della velocità, l’incomparabile Ossificazione mattutina del cipresso, La persistenza della memoria. Con Buñuel non lavorò più, e salvo qualche sceneggiatura, Dalì si distanziò dall’industria cinematografica. Negli anni Quaranta, sconfessato da Breton e riparato in America, la sua pittura era ormai in declino, ma nel 1945 realizzò per il thriller psicologico di Alfred Hitchcock Spellbound una sequenza onirica che resta ancora oggi una delle più innovative del cinema. Sottolinea Dawn Ades, «il cinema era il mezzo in cui Dalì poteva fondere il suo genio visivo e verbale, indulgere alle sue fantasie». Nel 1946 la sua collaborazione con Disney fu più difficile, il film Destino, per il quale produsse una quindicina di dipinti e 135 bozzetti per l’animazione (sono in mostra), non venne realizzato se non dal nipote nel 1603 in una versione diversa. Se i primi dipinti di Dalì sono di qualità sublime, la sua avventura con il cinema, pur lasciando immagini memorabili, sembra aver avviato nella sua pittura un declino senza ritorno, se non brevemente col Cristo sulla Croce del 1951, l’ultimo grande dipinto religioso nella storia dell’arte occidentale. «Un uomo sempre esitante fra genio e talento, fra vizio e virtù», aveva osservato Breton. Alla fine Dalì scelse il vizio.
LA MOSTRA
Dalì & Film, alla Tate Modern di Londra fino al 9 settembre, in seguito al County Museum di Los Angeles e nel 1608 al Museum of Modern Art di New York.