E «Coexist» spopola in rete

Quella bandana diventerà un caso. Quella che Bono indossa sul palco prima di cantare Love peace or else e che porta incisi i simboli delle religioni della nostra vita (la C è la mezzaluna islamica, la X è la croce di David, la T stilizzata è il crocefisso) si è già trasformata in un gadget ricercatissimo, ben più dei braccialetti lanciati da Armstrong e indossati da un vippaio sterminato che va da Clooney a Chris Martin dei Coldplay. Però la bandana sigilla in una sola parola tutti i braccialetti possibili. Su internet c’è una pioggia di richieste per acquistarla. Naturalmente, come sempre accade, all’euforia corrispondono le solite bagattelle polemiche, così molte associazioni (ad esempio sul sito www.coexistonline.com o su www.intakeweekly.com) si contendono la paternità del simbolo. Che, graficamente, è stato realizzato quattro anni fa dal polacco Piotr Mlodozeniec ma è rimasto ben acquattato nel sottosuolo della comunicazione. Invece gli U2 l’hanno caricato di un significato simbolico che va oltre quello semplicemente commerciale. Infatti la bandana – o qualsiasi altro oggetto con quel logo - non è stata inserita nel loro merchandising, quindi non la vendono ai fan e non ne ricavano nulla. «L’ho visto disegnato su di un muro negli Stati Uniti» ha spiegato Bono che poi, quando la indossa sul palco, ripete sempre le stesse parole: «Gesù, Jew, Muhammad, è vero... Tutti figli di Abramo. Padre Abramo, parla ai tuoi figli. Digli: non più». Che è una efficace invocazione transreligiosa, per di più diretta a un pubblico multigenerazionale. Perciò di «Coexist» si è occupato anche il New York Times e il rock della coesistenza è a questo punto la bandiera più alta raggiunta finora dalla musica.
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