E al Comune di Roma è record di assenteismo

Comprereste mai un’auto usata da quest’uomo? Traduzione politica adattata alle elezioni 2008: affidereste l’amministrazione centrale del Paese a chi, da sindaco, ha fatto vincere a Roma il campionato nazionale dell’assenteismo? Un dubbio non da poco, visti i tempi.
Una tegola caduta sulla testa di Walter Veltroni da un organo di informazione che il candidato premier del Partito democratico ed ex sindaco della Capitale vorrebbe sicuramente dalla sua parte: Il Sole24ore. E nel momento meno opportuno: all’indomani della candidatura dell’industriale veneto Massimo Calearo nelle liste del Pd.
Perché a leggere i dati del ministero dell’Economia elaborati dal quotidiano economico, la cultura d’impresa nordestina è merce rara dalle parti del Campidoglio. Nel 2006, l’amministrazione comunale della Capitale ha sottratto a Vibo Valentia il primato delle assenze facili, con 38,9 giorni in media all’anno per dipendente. Se si includono anche le ferie e i permessi retribuiti, gli impiegati del Comune di Roma restano a casa in media 68,5 giorni. Un balzo rispetto al 2005 del 40 per cento.
Cifre che ridanno a Milano lo scettro di capitale morale, con 27 giorni medi di assenza, che sono comunque molti. E che portano sugli altari amministrazioni di città insospettabili, come Macerata, con 6,7 giorni di assenza medi all’anno o Siracusa, con 8,6. Forse si tratta del sintomo di un problema più vasto, visto che anche tra i dipendenti regionali il record delle assenze spetta al Lazio, con 32,5 giorni fuori dall’ufficio. E che nella classifica dei comuni, Roma è seguita da altre due città laziali: Rieti (37,3 giorni di assenza) e Viterbo (33,4).
Oppure una falla nel metodo di calcolo, come ha sostenuto l’amministrazione comunale di La Spezia (28,2 giorni di assenza all’anno), secondo la quale c’è un problema di omogeneità dei dati elaborati dal quotidiano di Confindustria.
Ma il problema è ben presente al Campidoglio, tanto che l’amministrazione comunale da poco abbandonata da Veltroni, ieri ha parlato di dati «sicuramente preoccupanti». E poi ha assicurato che «da oltre un anno l’Amministrazione comunale ne cura un monitoraggio particolarmente attento, e ha intrapreso azioni determinate per ridurre il numero e le ragioni delle assenze», che hanno già fatto registrare un’inversione di tendenza.
Il grosso del lavoro toccherà comunque al prossimo sindaco. Ad esempio Francesco Rutelli, che ieri è rimasto in silenzio. Oppure a Gianni Alemanno che invece ha parlato insinuando un sospetto gravissimo: «Il tasso di assenteismo a Roma è troppo alto: ci deve essere qualche infiltrazione di carattere clientelare, partitico, sindacale».
Resta l’incognita di come Veltroni o le sue teste d’uovo - a partire dal paladino dell’efficienza nella pubblica amministrazione Pietro Ichino - pensano di affrontare il problema nel caso in cui il centrosinistra dovesse vincere le elezioni e conquistare il governo. Anche perché tra gli statali veri e propri, qualche segnale di inversione di tendenza c’è stato. A partire dai più odiati: i ministeriali, che nel 2006 sono stati assenti, in media, 23,3 giorni, lo 0,5 per cento in meno rispetto al 2005.
Un miglioramento spontaneo, visto che la maggior parte delle misure per rendere la pubblica amministrazione più efficiente varate dal governo Prodi, ha osservato sempre il Sole di ieri, non sono state attuate.
Una tendenza che, se dovessero vincere le sinistre, c’è da augurarsi non venga arrestata dall’applicazione del «modello Roma» al governo del Paese.
Antonio Signorini