E al concorso il professore nominò se stesso

Firenze - «C’era una volta...». No, non proprio un re, ma un gruppo di prìncipi, quello sì. Prìncipi del sapere che volevano costruirsi - a spese non loro - un castello tutto per sé. Ce l’hanno fatta. Quel «castello» ora c’è e si affaccia su Firenze dalla splendida Altana di Palazzo Strozzi, all’uopo restaurata dal Comune. Si chiama Sum (sta per Istituto italiano di Scienze Umane) e ha iniziato l’attività nel 2004, sulle spoglie del precedente Isit. Si tratta di una istituzione universitaria pubblica dedicata «esclusivamente all’alta formazione e alla ricerca» nelle scienze umano-sociali che poggia su «una struttura a rete» costituita dalle scuole «di alta formazione» degli atenei di Bologna, Firenze, Napoli Federico II, Napoli l’Orientale, Napoli Suor Orsola Benincasa e Siena. Oltre alla sede fiorentina ce n’è una a Napoli, in Palazzo Cavalcanti. Al vertice del Sum, realtà autonoma che bandisce borse biennali post dottorato (ai partecipanti viene pagata la residenza per l’intera durata del corso, un’anomalia nel settore pubblico!) c’è il consiglio direttivo presieduto da Aldo Schiavone, esperto di diritto romano e nota firma di Repubblica. Ed è proprio scorrendone i vertici che si vede come l’istituto - da cui ci si aspetterebbe una fisiologica snellezza - esibisce invece una certa ridondanza. Sostenuta peraltro da generosi stanziamenti pubblici. Con una prodigalità che toglie il sonno ai cugini poveri della vecchia e gloriosa facoltà di Lettere fiorentina, costretti a una quotidiana lotta con il magro bilancio, oltre che con i cani pulciosi dei punkabbestia, presenze fisse nel quadro del più generale e intollerabile degrado urbano circostante.
Per legge, gli organi del Sum sono: direttore, consiglio direttivo, consiglio dei docenti, consiglio di garanzia, presidente del consiglio di garanzia (l’immancabile Umberto Eco), nucleo di valutazione e collegio dei revisori dei conti. In tutto, fanno già 43 persone. Alle quali si aggiungono 19 docenti (8 di ruolo, 2 a tempo pieno, 4 a tempo parziale e 5 a contratto) tra i quali spiccano nomi di indiscusso prestigio, dal medioevalista Franco Cardini allo storico Andrea Giardina, dal sociologo Guido Martinetti al semiologo Omar Calabrese, oltre ai professori Ernesto Galli della Loggia (editorialista del Corriere della sera), Giuseppe Galasso e il senatore diessino Cesare Salvi. Alla voce «Strutture e Servizi», tra staff e amministrativi ci sono poi altre 21 persone, senza considerare il personale di portierato e servizio. Non stupiscono quindi gli stanziamenti pubblici: 2 milioni di euro il primo anno, altrettanti il secondo e qualcosa più di 5 il terzo (2006). A cui la Finanziaria aggiunge annualmente un altro milione e mezzo. Visto che si tratta di soldi pubblici (ma in bilancio entrano anche contributi privati, gestiti da una Fondazione con sede a Milano, presieduta dall’architetto Gae Aulenti) c’è stato chi è andato a curiosare. Scoprendo che la partecipazione dei docenti a tempo pieno e parziale va intesa (articolo 7 dello statuto) «in cooperazione con le università nelle quali continuano ad essere incardinati». In altre parole il Sum, di fatto un’altra università, per molti corsi riesce a far pagare gli emolumenti agli atenei della propria rete. Tenuto conto di questo e del fatto che, per ammissione fatta dagli stessi vertici, il costo del personale viene coperto con circa il 70% del milione e mezzo della Finanziaria, al Sum possono senz’altro dire di conoscere il senso dell’espressione «grasso che cola».Quanto ai docenti che sono stati «chiamati a prestare le propria opera per specifiche attività» - in gergo «trasferimenti» - nel 2006 sono stati valutati da una commissione coincidente con il Comitato provvisorio composto oltre che da Schiavone, dai professori Augusto Marinelli, rettore dell’ateneo fiorentino e Guido Trombetti, pari grado alla Federico II di Napoli. Certo, fu un passaggio obbligato, trattandosi di una struttura agli inizi. Viene però da chiedersi, senza nulla togliere all’indiscutibile statura scientifica dei tre nei rispettivi campi, quali domande abbiano potuto porre a candidati delle più disparate materie. Per esempio in Filologia romanza, dal momento che i suddetti professori sono esperti rispettivamente di diritto romano, di estimo rurale e di analisi matematica? Curioso.
Curiosa anche la circostanza che per incarichi in un ente di siffatta eccellenza le domande di partecipazione fossero state invece così poche: due appunto per Filologia romanza e appena una ciascuna per le altre sei materie. Più che bandi, quasi cooptazioni. Con la metà dei trasferimenti (4 su 8) di docenti provenienti dalla università fiorentina, proprio dalla porta accanto.
Curiosissimo, poi, il fatto che per una delle cattedre da assegnare, quella di Diritto romano, il candidato unico fosse lo stesso professor Schiavone. Il quale si è trovato a ricoprire di fatto tre ruoli: firmatario del bando, presidente della Commissione giudicatrice e, appunto, candidato. Uomo peraltro abilissimo, Schiavone, nel gioco dei ruoli: consigliere di Ortensio Zecchino (ministro dell’Istruzione nei governi D’Alema I e II nonché nell’Amato II), ha mantenuto poi sempre ottime relazioni con il ministero anche ai tempi di Letizia Moratti.
Quanto ai denari che arrivano dai privati attraverso la Fondazione, gli utilizzi sono i più svariati: si va dall’esibizione di Paolo Rossi sul tema «I comici e il potere», alla missione svoltasi il 13 e 14 aprile negli Stati Uniti. Un incontro, questo, con 116 professori italiani che hanno fatto la scelta di lavorare in America. Della spedizione faceva parte anche certo professor Melotti, di nome Marxiano, fin qui celebre per aver preso parte a una scosciatissima trasmissione, Cronache marziane, su Italia 1. Perché proprio anche lui, cultore di magie e culture sciamaniche e docente a Milano Bicocca in materie quali «Sociologia del turismo archeologico», sia stato portato a Washington, è un’altra domanda legittima. Forse - azzardiamo - per confermare nei 116 professori trasferitisi oltre Oceano la saggia decisione di restare a lavorare in America. Per sempre.
(6. Fine)