E al Congresso si litiga sui tagli ai superstipendi dei manager

da New York

No ai «paracadute d’oro» per i manager delle società in crisi, no ai poteri illimitati del Tesoro sui 700 miliardi di dollari previsti dal piano. Sono questi i punti più delicati dell’intesa di massima limata a Capitol Hill su cui hanno lavorato democratici e repubblicani dopo una maratona negoziale notturna, mentre per un altro punto controverso, la riforma delle leggi sulla bancarotta, si è convenuto di aspettare la riunione alla Casa Bianca tra il presidente Bush e i candidati alla sua successione John McCain e Barack Obama.
In un breve discorso in aula, il capo della maggioranza democratica al Senato Harry Reid ha anticipato una convocazione per sabato per il primo voto procedurale sul piano che concede immediatamente al governo federale una prima tranche di 250 miliardi di dollari per acquistare i mutui «tossici» che hanno avvelenato il sistema finanziario.
I negoziati notturni - alla Camera a base di pizza, pollo thailandese in Senato - avevano portato a emendare le tre paginette del piano Paulson sulla base di quattro principi, ha detto la speaker democratica della Camera Nancy Pelosi. I principi sono gli stessi elencati ieri mattina da Obama nel suo intervento alla Clinton global initiative: creazione di un board indipendente che sorvegli come e dove i soldi verranno spesi; il fatto che i contribuenti saranno trattati come investitori ai quali i soldi verranno poi restituiti; aiuti per milioni di proprietari innocenti vittime dei pignoramenti; nessun premio ai Ceo delle banche che hanno provocato questo pasticcio.
Salvo colpi di scena, dunque, il presidente Bush avrà il piano di salvataggio del sistema finanziario pronto per la firma domani notte. Mantiene comunque un ruolo, seppure ridimensionato, ai fini dell’intesa il vertice che Bush ha riunito ieri pomeriggio (tarda serata in Italia) alla Casa Bianca con i vertici del Congresso, oltre che con i due rivali della corsa alla sua successione: una decisione che non ha precedenti nella storia americana e che testimonia, se ce ne fosse bisogno, della gravità della situazione che il mondo della politica di Washington si è trovato a fronteggiare.
Dalle dichiarazioni delle due parti politiche emergono differenze significative. I democratici tendono a far capire che l’intesa è stata sostanzialmente già raggiunta, vanificando così l’intento di McCain di presentarsi al vertice alla Casa Bianca come il «salvatore della patria». Per ragioni opposte, il capo dei senatori repubblicani Mitch McConnell ha invece sostenuto che «le parti continuano a parlare» e che «non è ancora stato raggiunto un accordo». In attesa, si sottintende, del deus ex machina.