E la Consulta s’inventa la sentenza preventiva

RomaDalla Consulta parte un messaggio al premier e al Pdl, quasi una sentenza preventiva: non investiteci di un conflitto d’attribuzione sul «caso Ruby», perché ve lo respingiamo subito come inammissibile, senza entrare nel merito. La competenza, dice una fonte anonima definita dall’Ansa «importante e qualificata», semmai è della Cassazione. Un’indiscrezione che il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone, definisce «sconcertante e destabilizzante». Un commento corredato dall’invito rivolto al Presidente della Corte, «a smentire categoricamente simili voci». In tarda serata, secondo fonti parlamentari del Pdl raccolte dall’agenzia Agi, si è appreso che la richiesta di sollevare il conflitto d’attribuzione sarà comunque presentata lunedì alla Giunta per le autorizzazioni della Camera.
Da giorni si parla di ricorso alla Consulta per dirimere la questione di competenza tra Procura di Milano e Tribunale dei ministri ed ecco che arriva a sorpresa questa presunta indicazione dall’Alta Corte. Che sembra chiudere una porta facendo sapere che, evidentemente, la maggioranza di potere all’interno del Palazzo ha già individuato la tesi su cui arroccarsi per non fare da sponda alla difesa del premier. L’invito che viene dalla Consulta è quindi a «valutare bene» la strada di un ricorso, che sarebbe l’ultima dimostrazione del crescendo del livello di scontro tra poteri dello Stato.
Ma stavolta, secondo la fonte, si tratterebbe di un semplice regolamento di giurisdizione e non di un conflitto di attribuzioni tra due poteri: la Camera (che ha già sostenuto la competenza del Tribunale dei ministri) e l’autorità giudiziaria, cioè la Procura di Milano (che, invece, vuole giudicare Berlusconi). E per questo sarebbe la Cassazione a doversi pronunciare, in base al secondo comma dell’articolo 37 della legge 87 del 1953 sul funzionamento dell’Alta Corte. Si avverte anche che un eventuale ricorso non sospenderebbe il procedimento in corso e che in media tra ammissibilità e sentenza passa oltre un anno, volendo accelerare i tempi sei mesi. Questo vuole anche dire che la decisione sarebbe presa da una Consulta diversa, visto che a maggio scadrà il presidente Ugo De Siervo e nel corso del 2011 altri due componenti, Maddalena e Finocchiaro (i prossimi in linea di anzianità per salire al vertice). Ma per la fonte, la sentenza sarebbe già scritta, anzi non ci si arriverebbe perché si respingerebbe ancor prima il ricorso. La questione, dicono molti costituzionalisti, non è affatto chiara. E che si tratti solo di stabilire chi è il giudice competente per i presunti reati commessi dal premier è del tutto opinabile. Secondo i sostenitori del ricorso all’Alta Corte, infatti, la questione sostanziale sarebbe piuttosto quella della Camera di appartenenza del premier, che rivendica una lesione della sua competenza a valutare dei reati ministeriali e a concedere o meno l’autorizzazione a procedere. Il ricorso, in alternativa, potrebbe anche essere sollevato dalla presidenza del Consiglio.
Si tratta, comunque, di un interesse costituzionalmente protetto, come ha confermato proprio la Consulta, con la sentenza del 2009 sul caso analogo del ministro Altero Matteoli. «All’organo parlamentare - vi si legge - non può essere sottratta una propria, autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale dei reati oggetto di indagine giudiziaria, né tantomeno la possibilità di sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, assumendo di essere stata menomata, per effetto della decisione giudiziaria, della potestà riconosciutale dall’articolo 96 della Costituzione».
Ed è questo che proprio ieri ricordava un autorevole esponente del centrosinistra come Luciano Violante: «I magistrati potranno procedere solo se la Camera darà l’autorizzazione. Nel caso ci fosse un conflitto di attribuzione è chiaro che sarà la Corte a doverlo sciogliere. Di conflitti d’attribuzione potrebbero essercene addirittura due: uno sollevato dalla presidenza del Consiglio e uno dalla Camera, che potrebbe ritenere, attraverso la decisione dell’autorità giudiziaria, di essere privata del potere di dare o meno l’autorizzazione a procedere».