E così il Sud si tinse di rosso

Arturo Gismondi

In una intervista a Il Giornale Gianni De Michelis, a proposito della possibile scelta del Nuovo Psi per l'Unione, ha sostenuto che sarebbe sbagliato pensare al passaggio dei socialisti da un polo all'altro giacché «la prospettiva dell'unità socialista, che per noi è prioritaria, è strettamente legata al quadro politico». Che oggi, par di capire, consentirebbe il ricongiungimento in un patto per ora elettorale con lo Sdi. E ciò perché «è fallita l'ipotesi di una lista unica dell'Ulivo». In definitiva: ciò che teneva il Nuovo Psi lontano dall'Unione non era, par di capire, il risultato di una scelta negativa nei confronti del polo di centrosinistra egemonizzato da comunisti e neo-comunisti, il carattere al tempo stesso massimalista e conservatore della coalizione, le scelte certo non casuali in politica estera, nel campo della Giustizia e dell'assetto istituzionale. A fare la differenza sarebbe oggi il fallimento del «listone» di Prodi (una scelta imposta dalla Margherita, non dallo Sdi) e infine una dislocazione diversa delle forze raccolte nell'Unione. De Michelis aggiunge che una decisione definitiva verrà presa al congresso del nuovo Psi, resta il fatto che alcuni esponenti di peso di quel partito, da Bobo Craxi, a Zavatieri, a Robilotta, e altri ai quali dovrebbero aggiungersi per l'occasione Formica e Signorile, che quella scelta hanno già preannunciata. E De Michelis, il leader del Nuovo Psi, rischia di comportarsi come quel generale che, rivolto ai suoi soldati, proclamò: io sono il vostro comandante, e dunque vi seguirò ovunque. Se De Michelis seguirà, più o meno convinto che sia, è perché, come ha appena spiegato, la priorità della scelta non riguardava tanto o comunque non riguarda oggi la politica dei due poli, ma l'unità dei socialisti da coltivare ovunque è possibile. Ma De Michelis ci ha spiegato in più di una occasione che una presenza socialista, che sarà in ogni caso modesta, in uno schieramento egemonizzato dai Ds, conta poco o nulla, valga in proposito la storia dello Sdi in questi anni. Va ricordato, peraltro, che non tutti i socialisti sono d'accordo. Fa una scelta diversa l'on. Chiara Moroni, e con lei Stefania Craxi col suo movimento «Giovane Italia». E c'è poi la scelta dei socialisti in Forza Italia, Cicchitto, Boniver, Sacconi, Vizzini, che coincide peraltro con quella di una parte non trascurabile del vecchio elettorato socialista, di sinistra democratica e riformista che dopo la tragedia degli anni ’93-'94 non ha dimenticato il ruolo dei post-comunisti nell'inabissamento per via giudiziaria del Psi e degli altri partiti democratici. A contare non sono tanto gli echi di antichi rancori, è un giudizio storico e politico su eventi che continuano a pesare sulle sorti del Paese. Ma c'è un discorso, anch'esso molto serio, fatto qualche tempo fa in un convegno a Milano dal ministro Giovanardi il quale ha invitato a riflettere, a proposito della democrazia nella quale viviamo, su una possibile estensione a gran parte del Sud dopo le ultime regionali della logica delle «regioni rosse»: una logica che vi ha impedito per mezzo secolo, nella pratica, la possibilità di una alternanza democratica. Giovanardi, che quella situazione conosce bene avendo rappresentato per decenni l'opposizione Dc in Emilia, invita a calcolare il peso delle nomenklature di partito consolidatesi in decenni di potere pressoché assoluto. È quel che si definisce «radicamento sul territorio» di un potere che poggia sull'inamovibilità di presenze politiche negli enti locali, nei sindacati, in certe aree sociali (esercenti, artigiani) nelle coop rosse e nelle varie filiazioni, Unipol, assicurazioni e presenze bancarie comprese, Arci , organizzazioni culturali e sportive, eccetera. Che cosa è successo che ha equiparato, nel risultato elettorale, le percentuali dell'Ulivo a quelle di Emilia, Toscana, Umbria? È successo che l'alleanza fra le vecchie nomenklature comuniste e quelle ex Dc e in misura minore ex Psi ha finito per riunire in un blocco unico le clientele e le consorterie della Prima Repubblica: raccoltesi nel Sud attorno a Bassolino in Campania, ad Agazio Lojero in Calabria, e così in Lucania, in Abruzzo e ovunque. È la storia di De Mita, di Mastella, di Mancino, di Gerardo Bianco, delle Dc meridionali. L'unità della «diaspora socialista» della quale parlano Boselli e De Michelis è parte di un fenomeno di unificazione delle nomenklature in atto da tempo, e proseguito nelle ultime regionali. In questo senso, il passaggio di poteri alle regioni previsto prima dalla riforma del Titolo V della Costituzione e poi dalla devoluzione rischia di accelerare, e di completare, un fenomeno già in atto. Al quale la Cdl non è stata in grado almeno fin qui di opporsi validamente. In questo senso la raccolta della «diaspora socialista» nell'Unione è poca cosa, coincide con le migrazioni di un vecchio personale politico verso le fonti, vecchie e nuove, del potere. È un fenomeno generale, che va però seguito con attenzione. Esistono infine casi, e posizioni, che acquistano un significato diverso, come può essere quello dell'on. De Michelis. Anche perché una storia complessiva non esclude la responsabilità delle singole scelte.
a.gismondi@tin.it