E la curia di Milano pensa solo

Capisco che essendo il responsabile delle «relazioni ecumeniche e religiose» della Diocesi di Milano, monsignor Gianfranco Bottoni abbia dimenticato le norme di buona educazione in vigore nel mondo occidentale di matrice cristiana. Abituato a trattare con indù, scintoisti, animisti e maomettani, soprattutto questi ultimi, ha finito per adottarne la spiccia dialettica. E infatti, quando dice che il trasloco della moschea di viale Jenner, a Milano, è una azione da regime fascista sembra di sentir parlare Mahmud Ahmadinejad. Torna però a essere quello che è, un prete intellettualmente scorretto, quando aggiunge: «Dubito che le istituzioni civili di un Paese democratico possano proibire un diritto costituzionale come la libertà religiosa e di culto». Perché nessuno vuole impedire ai musulmani di manifestare nella preghiera la propria fede. Quello che non è tollerabile, quello che può essere facilmente ritenuto un sopruso, è che i maomettani preghino il loro Dio sommergendo di tappetini e di fedeli, quattromila alla volta, la pubblica via. Trasformandola, ogni venerdì, in un suk. Etnicamente pittoresco quanto si vuole, ma sempre un suk rimane. D’altronde, nell’improbabile ipotesi che concedesse la libertà di culto, credo che anche al sincero democratico Mahmud Ahmadinejad non farebbe tutto questo gran piacere vedere il Khyeabun di Teheran invaso ogni domenica da quattromila cattolici oranti. E non perché pregano un altro Dio, ma perché invadono strada e marciapiedi, bloccano il traffico automobilistico e pedonale. Perché la farebbero da padroni. La qual cosa è sempre arbitraria, specie in casa altrui.
E viale Jenner è in casa nostra. Dove vigono leggi, regole, usanze di casa nostra. Dove, ad esempio, non è consentito prender possesso, ancorché temporaneamente, di una strada. Possibile che monsignor Bottoni, uomo di fine cultura e, si presume, di notevole uso di mondo, non capisca che il problema è tutto qui? È solo qui? Non capisca che la libertà di culto c’entra come i cavoli a merenda? Ho sempre creduto, perché così mi insegnarono al Catechismo, che la missione di un buon cristiano, specie un vescovo, sia quella di evangelizzare, di diffondere, di favorire la conoscenza della parola di Dio. Si legge nel Nuovo Testamento che Gesù disse: «Andate per tutto il mondo e annunciate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e si farà battezzare, sarà salvato». Mi sbagliavo. La missione, quanto meno quella dei monsignor Bottoni, è di lisciare il pelo all’Islam. Di farcelo piacere. Ma se i monsignor Bottoni non hanno tempo e voglia per annunciare la Buona Novella, guarda caso lo trovano per dirci fascisti - e questo è inaudito - in quanto vorremmo evitare che migliaia di musulmani si prostrino in preghiera oggi sul viale Jenner, domani in piazza Duomo. Se ne conclude che come «responsabile delle relazioni ecumeniche e religiose», monsignor Bottone vale poco. Non è il suo mestiere. Perché non è dandoci dei fascisti, non è rivendicando il diritto (costituzionale, poi! Ma dove sta scritto?) delle comunità islamiche di arrogantemente dar prova di forza prendendo possesso di un pezzo di città e facendolo cosa loro, che ci porterà a farceli piacere, i fedeli di Allah e della sharia. Tutto il contrario.