E D’Alema il palestinese critica "l'Italia ignorante"

L’ex premier: "Chi giustifica la ferocia di Israele è cinico. Ipocrita chi dice che non bisogna dialogare con Hamas"

Roma - C’è chi sostiene che ormai «santoreggi» (ovvero usi la demagogia da capopopolo di Michele Santoro). C’è chi pensa a una riconquista del Pd, passando per la sconfessione dell’agonizzante linea politica veltroniana (della serie: ti insegno io come si fa). C’è chi immagina percorsi che puntino a una scissione del Pd, strizzando l’occhio alla sinistra radicale (della serie: ricominciamo da me).

Quale che sia la logica intima che ne muove i passi, Massimo D’Alema alza il tiro. La linea sul Medioriente diventa molto più decisa che ai tempi della Farnesina, quando l’ex ministro degli Esteri si poneva sulla scia di Moro, Andreotti e Craxi nel prudente ma convinto sostegno alle ragioni palestinesi. Dopo le sortite dei giorni scorsi, dopo il battibecco con l’ambasciatore israeliano, ieri D’Alema ha voluto dare un’ulteriore scossa, parlando ad Assisi alla manifestazione contro la guerra a Gaza promossa dal Tavolo della Pace. «Non siamo noi isolati - ha attaccato -, ma lo è questa Italia cinica, reazionaria e ignorante. E allora diamo voce all’Italia della pace, della ragione e della politica...».

Quello dell’isolamento è un dato che senz’altro stuzzica l’orgoglio elitario dell’ex capo della diplomazia italiana. «Rimasi isolato nel 2006 quando dissi: occorre fare qualcosa per Gaza. Forse sarebbe stato utile allora per prevenire quanto sta accadendo ora», ha ricordato D’Alema, tanto per rivendicare meriti (teorici) nei confronti di chi ultimamente ha osato criticarlo anche all’interno del partito (Piero Fassino, in particolare). «Non siamo soli - ha insistito -, non lo siamo in Italia ma soprattutto non lo siamo nel mondo».

Toni durissimi nei confronti del Pdl e delle sue posizioni filo-israeliane: «Quando leggo certi commenti, in cui si polemizza con l’Onu, persino con il Papa, sostenendo che non si può dire che la violenza di Israele sia sproporzionata, trovo in questo grande cinismo...». E ancora, a proposito di alcuni esponenti di An: «Vogliono fare del rapporto con Israele la testimonianza del loro avere cambiato pelle, perché vengono da una tradizione fascista e antisemita. Mio padre, quando c’era il fascismo, lo combatteva per difendere gli ebrei. Non ho nulla da giustificarmi in questa materia, non devo spiegare che non sono antisemita, io. Altri lo devono fare... Ma se l’antisemitismo è una barbarie, non si può considerare ogni critica a Israele come una manifestazione di antisemitismo». Mai come in questa circostanza bellica, ha sostenuto D’Alema, «la voce dell’Italia ufficiale, la politica, il governo, una parte dell’informazione, è stata distante dal sentimento degli italiani, al quale ha dato invece voce la Chiesa cattolica». D’Alema è tornato a parlare di «una campagna feroce di giustificazione della guerra e dei suoi eccessi», e per dare voce al disagio della «grande maggioranza degli italiani» si è detto anche «grato» alla Chiesa, benemerita «rispetto al cinismo, alla ferocia di una parte dell’Italia».

Altro punto fermo del pensiero dalemiano è che con i fondamentalisti di Hamas sia doveroso dialogare: «Ipocrita chi dice di no... La discussione politica è stata falsata anche dalla criminalizzazione di chi dice che bisogna parlarci: è evidente che lo stia facendo l’Egitto, e ovviamente nessuno chiede a Israele di fare un negoziato di pace con Hamas...». Ma se il processo di pace non ha fatto nessun passo avanti,la colpa è di Israele e della comunità internazionale, che non hanno adeguatamente sostenuto la leadership moderata palestinese. E, con Boutros Ghali, D’Alema si è chiesto «quanti kamikaze sono nati dai bombardamenti, il più grande favore fatto al fondamentalismo».