E De Sica disse all’Unità «Non giro Don Camillo»

A cent’anni dalla nascita e a quaranta dalla morte, il contrordine-compagni su Giovannino Guareschi può ora dirsi completato: dopo la rivalutazione delle opere letterarie arriva anche - con un saggio di Tatti Sanguineti - quella della loro trasposizione cinematografica. Insomma i film con Peppone e don Camillo, da sempre amatissimi dal pubblico ma un po’ schifati dai cinefili, entrano nel salotto buono della critica. Benissimo. C’è solo da rallegrarsene.
Però c’è qualcosa di molto italiano, in questa riabilitazione postuma. C’è una rimozione della memoria, c’è una retorica che vorrebbe far credere che così si è sempre pensato, e che non c’è nessuno che dovrebbe chiedere scusa. Ieri la Cineteca di Bologna, che ha promosso il libro di Sanguineti e altre iniziative su Guareschi e il cinema, ha diffuso un comunicato in cui si dice così: «Ci voleva l’ottimismo del cinema italiano di quegli anni per produrre Peppone e don Camillo».
Eh no. Ma quale «ottimismo del cinema italiano». Ma quale «ci voleva». Il cinema italiano del dopoguerra, quello del neorealismo e della commedia all’italiana, con Guareschi non volle avere nulla a che spartire. Lo disprezzò, lo evitò come un turpe monatto. La Cineteca di Bologna è certamente in buona fede, ma quelle parole sono il frutto di una disinformazione ormai affermatasi come verità ufficiale. I fatti sono diversi. I fatti dicono che non si trovò un solo regista italiano disposto a girare un film su don Camillo. Il primo a essere interpellato, alla fine degli anni ’40, fu Alessandro Blasetti, che inizialmente accettò con entusiasmo, ma poi si rese conto che mescolarsi con quel «reazionario» di Guareschi sarebbe stato sconveniente, e declinò l’invito. Fu chiamato Mario Camerini - che poi, nel 1972, avrebbe diretto Don Camillo e i giovani d’oggi - ma anche lui non se la sentì di passare per anticomunista. Anche De Sica fu interpellato: proprio De Sica, il quale, secondo il saggio di Sanguineti, a Guareschi si sarebbe poi segretamente ispirato per Umberto D.: ebbene, De Sica non solo rifiutò, ma si sentì in dovere di farlo sapere a tutti, tramite l’Unità. La vicenda è ben ricostruita nel libro Giovannino Guareschi: c’era una volta il padre di don Camillo e Peppone (Piemme, pagg. 255, euro 14,50) di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro. I quali aggiungono alla lista dei fuggitivi Luigi Zampa, che «solo all’idea di mischiarsi a quel bifolco reazionario di Guareschi disse che non ci pensassero nemmeno».
Si dovette andare all’estero, per trovare un regista. Fu il francese Julien Duvivier a girare i primi due film, Don Camillo (uscito nel 1952) e Il ritorno di don Camillo. E in quale clima, li dovette girare. Duvivier - con grande dolore di Guareschi, che avrebbe voluto ambientare il film nella sua Bassa parmense - trovò nella provincia di Reggio Emilia il paese adatto, Brescello, il quale aveva l’essenziale caratteristica di avere municipio e chiesa nella stessa piazza. I comunisti di Brescello non trovarono nulla di strano che nel loro paese si girasse un film, e anzi molti di loro vi parteciparono come comparse, e perfino con ruoli non del tutto secondari: Saro Urzì - per dirne uno - interpretò il Brusco, e più tardi sarebbe diventato sindaco del paese. Ma nonostante l’accondiscendenza del popolo comunista locale, il Partito creò un caso nazionale. Ai compagni della sezione di Brescello si contestò di lavorare al servizio della reazione clerico-fascista, e la questione ebbe il suo epilogo in un’affollatissima assemblea al Teatro Municipale di Reggio Emilia il 4 ottobre del 1951. I funzionari del partito Renzo Bonazzi e Mario De Micheli lessero il capo d’imputazione. Fu Guareschi stesso a sciogliere la tensione con una battuta: «Voi mi accusate, ma io sono riuscito a fare qualcosa di impossibile, qualcosa che ha del miracoloso: io sono riuscito a rendere simpatico un comunista».
Quello era il clima in cui in Italia accolsero i film su don Camillo. Anche se il «no» dei registi italiani fu probabilmente provvidenziale perché Duvivier realizzò due capolavori. Provò Gino Cervi nel ruolo di don Camillo e Guareschi medesimo nel ruolo di Peppone: poi, quando si accorse che Giovannino come attore non era un granché, ebbe l’intuizione di far fare il sindaco a Cervi e di chiamare dalla Francia Fernandel. Mai cocktail fu più riuscito. Quei film ancora oggi commuovono noi che li vedemmo da bambini e - misteriosamente - anche i nostri figli, che in teoria di quegli anni nulla dovrebbero sapere.
Michele Brambilla