E dietro le quinte si tratta per un scambio di prigionieri

Attraverso la mediazione della Croce Rossa primi contatti indiretti tra Israele e guerriglieri

La voce non viene confermata, ma i segnali che la rendono credibile sì. Tra Israele e gli Hezbollah sarebbe in corso contatti indiretti per giungere allo scambio di prigionieri che permetterebbe a entrambi di accettare un cessate il fuoco senza dar l’impressione di aver ceduto. Il giornale arabo al Hayat, pubblicato a Londra, scrive che la mediazione a distanza sarebbe condotta dalla Croce Rossa internazionale e dalla Germania. La prima, pur dicendosi disposta a svolgere un ruolo di pacificazione, dichiara di non essere stata ancora interpellata. Berlino tace.
Ma è innegabile che ieri sia cambiato qualcosa, soprattutto tra gli Hezbollah. Il premier libanese Siniora è riuscito a ottenere l’approvazione da parte del governo di Beirut del suo piane di pace, che prevede tra l’altro «il rafforzamento delle forze internazionali delle Nazioni Unite che operano nel sud». La novità è che anche i due ministri degli Hezbollah hanno votato sì, sebbene solo all’ultimo minuto. E dunque per la prima volta rappresentanti ufficiali del Partito di Dio hanno implicitamente accettato il dispiegamento di un contingente militare di interposizione.
Nelle stesse ore il presidente del parlamento libanese Nabih Berri ha presentato, a nome degli Hezbollah, nuove condizioni di tregua, molto più concilianti rispetto a quelle avanzate fino a due giorni fa. Berri è sciita e sebbene venga considerato un mediatore non fa mistero di come la pensi: «Io non sono un partner della Resistenza - dichiara - ma ne sono un elemento». Per questa ragione la sua proposta viene valutata con molta attenzione. Il presidente del Parlamento pone tre condizioni: cessate il fuoco, scambio di detenuti libanesi nelle carceri israeliane con i due soldati rapiti il 12 luglio, il ritorno dei civili che hanno lasciato le loro case nel sud. La novità è che Berri non parla più di detenuti arabi, ma solo di libanesi e che lo scambio appare proporzionato: in cambio dei due riservisti israeliani, Eldad Regev e Ehud Goldwasser, il Partito di Dio chiede il rilascio di quattro prigionieri in mano allo Stato ebraico: Samir Qantar, un detenuto comune accusato di omicidio, Nissim Nasser, accusato di essere una spia per gli sciiti libanesi, Yehia Skaff, un miliziano, e Ali Fataran, un pescatore.
Ed è significativo che da Israele giungano reazioni positive. Interpellato dalla tv Al Jazeera, il portavoce del ministero degli esteri Eivel Bermel ha definito «senz’altro interessante la proposta» e sebbene non sia chiaro «se Berri intenda trattare direttamente o tramite un organismo internazionale», ha riconosciuto che «in linea di principio, per risolvere (la crisi) occorre trovare una soluzione per la questione degli ostaggi». È presto per essere ottimisti, ma lo spiraglio sembra aperto.