E il divo Apolo scaccia dal podio i guerrieri azzurri

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

Finale amaro, come amaro era già stato questo sabato italiano. Finale da sballo nello short track. Finale al quarto posto, dopo aver intravisto, visto, quasi preso, il bronzo. La staffetta maschile azzurra deve arrendersi allo strapotere dei coreani (sei ori su otto nello short track!), dei canadesi, degli americani, Apolo Ohno strappa all’ultimo giro la medaglia di bronzo a Nicola Rodigari, dopo che Fabio Carta era riuscito nell’impresa di superare il treno americano. Finale forte, tifo calcistico anche in tribuna stampa, strilli, urla, agitar di mani e di bandiere, curve a raggio fisso, corsa in apnea, roller ball. Il quartetto italiano Carta-Confortola-Franceschina-Rodigari non ha mai dato l’impressione di poter risalire verso i piani alti, ma quegli ultimi quattro giri hanno fatto andare fuori giri il Palavela, tra sorpassi, recuperi, frenate, schizzi di ghiaccio e brividi.
Adesso giù le serrande, si chiude. Qui hanno danzato e, ahimè, pure slittato la Fusar Poli, il Margaglio e la Costner, accompagnati dalle nostre facili illusioni, frenati dalle delusioni ghiacciate. Il gran Gala di venerdì sera li ha restituiti al pubblico nella loro quieta esistenza e grande professionalità, senza l’assillo del punteggio dei giudici.
Qui hanno stupito e acciuffato una medaglia di bronzissimo le ragazzine azzurre dello short track, dopo il tentativo furbastro delle cinesi, respinte al mittente.
Qui ieri sera hanno concesso gli ultimi giri folli di pista corta, uomini e donne go kart, per le qualificazioni dei 1000 metri tra le ragazze e la finale della staffetta maschile. Tutti, tutte hanno ribadito la bellezza di questa disciplina che ci aveva regalato già un oro, nella staffetta maschile (Carnino-Fagone-Hernhof-Vuillermin) sui cinquemila metri a Lillehammer nel 1994, e due argenti, ancora a Lillehammer sui 500 metri con Mirko Viullermin e a Salt Lake City di nuovo con la staffetta maschile (Antonioli-Carnino-Carta-Franceschina-Rodigari), prima della recente sera bella di Capurso-Fontana-Zini Katia e Mara.
E l’Arianna Fontana ha concesso l’ultima esibizione, arrivando anche alla semifinali dei 1000 metri, stanca, giustificata, dopo la sua «più baby» medaglia della nostra storia olimpica invernale. Si è fermata prima della laurea, come pronostico suggeriva per una quindicenne; la sua è stata comunque gioia piena, ma di più lo è stata quella della coreana Jin Sun Yu, che ha bissato la vittoria ottenuta nei mille e cinquecento, consegnando al suo Paese la quinta medaglia d’oro, dopo le tre d’argento e una di bronzo, il corri e vinci coreano; festa grande anche del Palavela, discoteca sul ghiaccio, cheerleaders e musica a manetta, per tenere viva la temperatura già bella fresca di suo. Altri fumi nelle batterie, semifinale e finale dello sprint maschile. L’americano con gli occhi a mandorla (vedi alla voce paterna), il pizzetto e la bandana, insomma Apolo Anton Ohno ha confermato di essere un fenomeno da gran varietà e gran sport, bulleggiando forse troppo in fase di qualificazione, strappando il secondo posto nella semifinale con un ultimo colpo di pattino, dopo aver rischiato, per una curva troppo allegra, di restare fuori dalla sfida decisiva.
Qui, dopo una falsa partenza, ha preso la testa dal primo centimetro e l’ha mantenuta fino all’ultima scheggia di ghiaccio dei 500 metri, andando poi a celebrare l’oro dal padre che lo aspettava a braccia e America aperte, dietro il materassone di Torino 2006. Molte cadute, molte false partenze, molti falsi spari, molti strike contro la gomma piuma che fa da transenna di protezione alla pista, sembrava di giocare con il flipper, game over, play again; molte drittate, specie dei cinesi che hanno voglia di imporsi comunque a tutti i costi, spingono, tagliano le traiettorie. Il giapponese Satoru Terao ha battuto nella finale B il nostro Nicola Rodigari, sesto e settimo la loro chiusura, buona consolazione olimpica. Ultimi coriandoli con la staffetta. Canta Madonna, il Palavela si svuota. Si chiude, con la memoria che per una volta il ghiaccio è riuscito a riscaldarci.