E il Dna libera 15 detenuti dal braccio della morte

L’unica colpa di Curtis era di conoscere Pamela. La vedeva una mattina sì e una no, aveva scambiato due sorrisi e un paio di chiacchiere come si fa tra vicini di casa. Carina, simpatica, un po’ sulle sue, un pensierino ce l’aveva pure fatto, lei aveva 18 anni, lui 17. A pensare a lui invece era stata la polizia quando il corpo di Pamela Kaye Willis fu ritrovato nel suo appartamentino di Oklahoma City. Era nuda, chi l’aveva strangolata aveva poi voluto infierire con trentasette coltellate. Curtis MacCarthy però riuscì a dimostrare di non c’entrare niente con quel delitto, la prova del Dna, grazie a Dio, lo aveva scagionato. Dopo 22 anni di carcere, 16 dei quali passati nel braccio della morte. Anche Ron Williamson è finito dritto dritto nel braccio della morte, trascinato dalle accuse del più insospettabile dei testimoni: lui stesso. Disse di aver visto in sogno chi aveva ucciso Debra Sue Carter, una camierierina del bar di Coaching Ada, si sentiva in dovere, da bravo cittadino di dare il suo contributo alla ricerca degli assassini. Gli fu assegnato un avvocato d’ufficio non vedente, il processo fu rapido, la condanna senza appello: sedia elettrica. Undici anni dopo trovarono il vero colpevole. A Ron forse mancava qualche rotella ma di certo non aveva mai fatto del male nessuno. Ma a James Giles se possibile è andata pure peggio. Aveva 28 anni quando lo misero dentro con l’accusa, lui nero, di aver sterminato una coppia di bianchi, la ragazza prima di essere massacrata fu costretta a spogliarsi e poi violentata. Era incinta. La soffiata anonima era giusta, il macellaio era proprio James Giles, ma si trattava di un omonimo. Ci sono voluti 25 anni per scoprirlo, nel frattempo l’assassino, quello vero, era morto.
Curtis, Ron e James sono tre dei quindici morti che camminano, salvati a un passo dal patibolo dall’esame del dna e dalla voglia di giustizia di Innocence Project, un associazione di legali di New York senza scopo di lucro che da 15 anni si batte per garantire l’esame a chi colpevole non è. Perché quello che dovrebbe essere un diritto negli Stati Uniti è un lusso per pochi che costa non meno di trentamila dollari, quasi 50 milioni delle vecchie lire. Se non li hai sei morto. Innocence Project ne ha salvati 208, a chiedere il loro aiuto soltanto il mese scorso erano 156. Ma il loro lavoro ha aperto una falla nelle carceri.
Negli Stati Uniti le cose stanno cambiando. Per la prima volta la maggioranza degli americani, giura un sondaggio Gallup, non vuole più saperne della pena di morte che quest’anno comunque ha toccato il minimo storico di esecuzioni, 114 contro le 315 del 1994. Richard Dieter del Death penalty Information Center di Washington una spiegazione ce l’ha: «È l’effetto Dna. La spettacolare evoluzione delle nuove tecnologie scientifiche ha contribuito molto a mettere in dubbio l'affidabilità di molte condanne». Poi ci sono i dati. Samuel Gross della University of Michigan per esempio ha esaminato tutte le condanne dal 1972 al 1989 per omicidio e violenza carnale per scoprire che il 2,3% erano basate su false prove, una percentuale che sarebbe bassa se non fosse che su una popolazione carceraria di due milioni e mezzo di persone il 2,3% significa almeno 50mila detenuti innocenti. E la Columbia Law Review ha presentato uno studio che dimostra che degli oltre 200 prigionieri liberati 73% erano neri o ispanici. Qualcosa vorrà dire.
A cambiare l’aria ha contribuito anche lo stato catastrofico di alcuni uffici come l'ormai famigerato Police Department Crime laboratory di Houston. È stato chiuso nel 2002 quando un’indagine scoprì che il laboratorio si era dimenticato di lavorare i reperti di 19.500 casi di violenza carnale. Li avevano abbandonati in un angolo, come le vite innocenti che dipendevano da loro.