E la famiglia Clinton guarda già al 2012

È stata, dicono, «la giornata di Hillary». C'era chi parlava, già alla vigilia, di una «operazione sabotaggio», e perfino si attendeva una «pugnalata alla schiena» di Barack Obama. Dall'altra parte della barricata a Obama si rimproverava acerbamente di non avere nominato la Clinton come numero due e addirittura di non averla consultata prima di far cadere la scelta su un altro. In altri termini, di non avere fatto scegliere lei. Una giustificazione alla piccola sommossa nell'aula congressuale di Denver, largamente simbolica, con la messa in nomination di Hillary. In questo le cose sono andate secondo copione, anche se non lo ha certo scritto Obama, ma in sostanza i democratici hanno motivo di allarmarsi e di dolersi, non quello di meravigliarsi.
Obama non può non aver pensato al «dream ticket» con la rivale delle primarie, ma ha ben presto deciso per il no: ciò lo avrebbe portato forse alla Casa Bianca in novembre, ma sarebbe dispiaciuto troppo ai suoi sostenitori e ai suoi attivisti in un momento in cui la sua campagna ha urgente bisogno del loro impegno, visto che molte cose sembrano andare storte. Ma anche se lo avesse fatto, sulla risposta non ci sono mai stati dubbi: Hillary non aveva nessun motivo per accettare la candidatura a vice. Anche messo da parte l'intuibile rancore per essere stata sorpresa e sconfitta da un «insorto» quasi sconosciuto alla vigilia e da nessuno ritenuto in grado di strappare non solo la nomination ma il controllo della «macchina» del Partito, che era nelle mani della famiglia Clinton dal 1992. Di qui l'ira e l'intransigenza nei suoi confronti, ancora più marcati in Bill, il patriarca. Ma c'erano per il «no» motivi di calcolo razionale.
Se la proposta fosse venuta il senatore Clinton avrebbe dovuto fare quattro conti, uno per ogni ipotesi e in ognuna i dati le consigliavano il «no». Prima ipotesi: Obama propone, Hillary accetta, i due conquistano la Casa Bianca. In questo caso la vittoria è tutta di Obama ed è quasi automatico che egli resterà presidente per otto anni, al termine dei quali Hillary è semplicemente troppo vecchia per ricominciare. Seconda ipotesi: Obama propone, Hillary accetta, McCain vince. La colpa sarà di Obama, ma ricade anche sulla sua compagna di lista e tutti e due vengono cancellati dal futuro presidenziale, raggiungono John Kerry nella lista nera di coloro che mai saranno ricandidati alla Casa Bianca. Terza ipotesi: Obama propone, Hillary rifiuta, Obama vince lo stesso. Hillary diventa leader della scontata maggioranza democratica in Senato, l'uomo politico più potente dopo il presidente e di lui meno vulnerabile. Quarta ipotesi: Obama propone, Hillary rifiuta, Obama perde. Dopo, al senatore Clinton, al marito e a tutto il clan basta ripetere una frasetta brevissima: «Avete visto?». E il futuro si apre per il 2012.