E Favino porta sul set il padre di tutti i sindacalisti

L’attore ha finito di girare Pane e libertà, fiction sulla vita di Giuseppe Di Vittorio che sui fatti d’Ungheria litigò anche con il comunista Napolitano

da Roma

L’«altra casta», quella privilegiata dei sindacalisti con l’auto blu e le case a fitto stracciato, sembra sia sul viale del tramonto, date le nuove forme di produzione e le differenti identità lavorative, che s’affacciano sul mercato. Ma se nel film di Virzì il sindacalista impersonato da Valerio Mastandrea è un vecchio arnese patetico, che riceve il «tapiro di coccio» da parte delle telefoniste dell’azienda «Multiple», dove non lo fanno entrare e dove le «callerine» vengono licenziate, Rai Uno ha in serbo Pane e libertà, miniserie di due puntate da cento minuti (in onda in autunno), che restituirà un alone di eroismo alla categoria sindacale, ultimamente in ribasso. Incentrata sull’interessante figura del sindacalista e uomo politico Giuseppe Di Vittorio (Cerignola 1892-Lecco 1957), che seppe mettersi in rotta di collisione con il Pci e con l’allora militante comunista Giorgio Napolitano, arriva la fiction sul movimento sindacale italiano. Diretta da Alberto Negrin e interpretata da Piergiorgio Favino, Pane e libertà farà certamente discutere. Ne parliamo con il protagonista, a fine riprese.
Caro Piergiorgio Favino, dopo Bartali, impersona un’altra figura di grande italiano...
«Anche se Di Vittorio è finito nel dimenticatoio! Ma amo questo mio personaggio, che da bracciante semianalfabeta è diventato segretario nazionale del sindacato italiano e poi, nel 1953, del sindacato mondiale».
Eppure, figure del genere oggi latitano, non trova?
«Purtroppo non esistono più personalità di questo calibro, in grado di motivare migliaia di lavoratori. Ma oggi sono cambiate le condizioni di lavoro: la tuta blu è quasi scomparsa, come i colletti bianchi».
Come si è calato nel ruolo di Di Vittorio, lei che di solito punta anche su un’immedesimazione fisica?
«Quando ho fatto Bartali, ho pedalato per mesi sulla sua bicicletta: avevo bisogno di muscoli. Stavolta, io stesso sono rimasto impressionato dalla somiglianza psico-fisica con quest’uomo».
Di Vittorio fu mandato al confino in tempo di guerra e sui fatti d’Ungheria prese una ben chiara posizione. Anche contro Napolitano. Come renderà la sua vicenda?
«Sono anch’io pugliese, come lui, sebbene sia nato a Roma. Ma da genitori pugliesi. Poi mi sono documentato: era un uomo prestante e sanguigno, appassionato di lotte bracciantili, non un tipo come se ne vedono troppi, oggi».
C’è una scena, per tutte, che esemplifica la vicenda del coraggioso sindacalista?
«Quella in cui lui, orfano analfabeta, incontra nei campi un venditore di libri. E vuole comprarsi, lui che ignora l’abc, un grosso dizionario».