E Ferrara «indaga» sull’attentato a Berlinguer

da Roma

«Sorrentino fa un film su Andreotti? Ottima notizia. Qualunque sia il punto di vista, l'ambiguità del personaggio verrà fuori alla grande». Giuseppe Ferrara, il più militante dei nostri cineasti, sul «divo Giulio» ha già dato: il senatore compare infatti, sotto una luce poco edificante, sia nel Caso Moro sia nei Banchieri di Dio. «Mantengo un atteggiamento assolutamente negativo. L'uomo è dietro ogni mistero italiano, ha lasciato morire Moro, ma riconosco che ha saputo affrontare con coraggio i due processi».
Impegnato nel preparare la tribolata uscita del suo Guido Rossa che sfidò le Brigate rosse, Ferrara sta già lavorando al nuovo film. Tema delicato: l'attentato - o presunto tale - al quale Berlinguer scampò miracolosamente il 3 ottobre 1973, in Bulgaria, proprio nei giorni in cui elaborava la strategia del compromesso storico. Titolo: Il complotto (1973. Berlinguer deve morire). «Ho presentato al ministero la sceneggiatura di Giovanni Fasanella, tratta dal suo libro-inchiesta, e incontrato gli esperti. Aspetto una risposta. Mi bastano 1 milione e 200mila euro. Il resto lo trovo da solo», assicura. Nei panni del segretario del Pci forse l'americano Chazz Palminteri, in quelli del giornalista che fa lo scoop Alessandro Gassman. Già perché ci vollero diciotto anni perché l'episodio, taciuto dallo stesso Berlinguer, fosse rivelato da Emanuele Macaluso a Fasanella. All'inizio fioccarono le smentite, poi il giornalista di Panorama riuscì a raccogliere informazioni e prove robuste.
Racconta Ferrara: «Da sempre, nel mio personale Pantheon, c'è Berlinguer, insieme a Falcone, Dalla Chiesa, Panagulis e Guevara. Il complotto sarà un film sullo stalinismo, sui suoi aspetti complottisti e criminali, ma partendo da un pezzo di storia che ci riguarda. Se Berlinguer fosse morto non ci sarebbe stato strappo con l'Urss e tutto il resto». Thriller, inchiesta e politica si intrecciano nella vicenda, ancora controversa, certo allarmante. Tutto accadde, appunto, il 3 ottobre 1973 a Sofia, lungo la strada per l'aeroporto, quando l'auto che ospitava Berlinguer, l'autista e due dirigenti bulgari osteggiati dal capo comunista Zhivkov venne speronata su un cavalcavia da un camion militare carico di pietre. Un provvidenziale palo della luce impedì che la vettura precipitasse di sotto. Il segretario del Pci, rimasto ferito, preferì non rendere pubblico «l'incidente», probabilmente per non peggiorare i rapporti già tesi con Mosca.