E il film contro il premier fa flop al festival di Berlino

Maurizio Cabona

da Berlino

Il catalogo del Festival di Berlino aveva subito provato a stupire con gli effetti speciali: «Quando si fa un film contro uno degli uomini più potenti d’Europa, si rischia di finire, col film, in tribunale e non al cinema. Specie se si tratta del presidente del Consiglio italiano». Però finora nessun tribunale ha sequestrato Bye Bye Berlusconi di Jan Henrik Stahlberg, tedesco di Renania, classe 1970. E se l’ultima Mostra di Venezia gli ha preferito - in quota film politici - Viva Zapatero! della Guzzanti, Berlino ora gli ha concesso di aprire la rassegna «Panorama», la serie B del Festival, ma comunque una notevole tribuna per un film girato da un gruppo di amici, animati da tanta volontà, ma non ancora famosi.
Ciò però elide il postulato del film: che filmare contro Berlusconi significhi emarginazione. Tant’è vero che L’Espresso è interessato a diffonderlo in edicola in dvd prima delle elezioni del 9 aprile, quelle che - dice sempre il catalogo del Festival di Berlino - questo film mira a far perdere a Berlusconi. Proprio come 9/11 di Michael Moore, Palma d’oro a Cannes, mirava a far perdere le elezioni a Bush.
Alla conferenza stampa di ieri a Berlino, poi, c’erano sì e no dieci giornalisti tedeschi. Però gli italiani accreditati (una trentina, incluso Piero Badaloni, che ha espresso la sua adesione alla tesi del film) erano presenti in massa. Quasi tutti della stampa: le tv snobbano il Festival, come se i film e i divi non fossero gli stessi che vanno alla Mostra di Venezia e al Festival di Cannes.
Guarda caso, sono sempre i televisionisti che, interpellati «in numero di oltre cento» (parola di Stahlberg) per il breve ruolo a inizio del film (annunciare l’immaginario «rapimento di Berlusconi avvenuto nel quartiere genovese di Voltri-Prà») si sono tutti unanimemente dati come già occupati, malati o preoccupati per il futuro in caso accettassero.
«Autocensura», commenta amaro Stahlberg. Ma forse non è il clima politico e professionale che rende così cauti, come ipotizza lui; è che solo episodicamente televisionismo è sinonimo di giornalismo. E poi una telecamera davanti non dà il coraggio dentro.
Bye Bye Berlusconi è l’ennesimo film su chi gira un film. Un regista tedesco (interpretato da Stahlberg stesso) gira a Genova, città del G8 di cui vedono cruenti brani documentari, un film a metà fra Buongiorno, notte di Bellocchio e il collettivo Germania in autunno. Ovvero Berlusconi viene rapito, dopo strage della scorta, e interrogato, come Moro dalle Brigate rosse. Alla fine del film nel film - intitolato fra il bellocchiese e il disneyano Buonanotte, Topolino - i rapitori sono presi e «suicidati» in carcere, come i capi della Rote Armee Fraktion. Dettaglio: la fine di Buonanotte, Topolino coincide con la fine di Bye Bye Berlusconi. Personaggi e interpreti si sovrappongono, l’incubo è ormai realtà.
Forse è troppo. E Stahlberg implicitamente l’ammette, quando mi dice che, a chi l’ha visto in Italia, il film ha provocato non un senso di liberazione, ma un senso di alterazione (della realtà).
Non è alterato Stahlberg. Parla sereno e lavora con dignità, anche se con ingenuità. Condivide forse la «sindrome di Berlino». Questa è la capitale dell’ex Cancelliere Schröder, che, mentre prendeva le distanze dagli Stati Uniti, incaricava le sue spie a Bagdad di informare gli americani sui bersagli da bombardare, non male per uno che, come lui, aveva il padre nella contraerea del 1944; questa è la capitale dell’ex Cancelliere Schröder, che insultava Berlusconi, ma che oggi è un dipendente di Putin.