E alla fine Khomeini fece scoppiare Mitterrand

Per colpa dell’uranio Iran e Francia scatenarono una guerra sotterranea a colpi di attentati, rapimenti e omicidi

Pierluca Pucci Poppi

Una volta giunto al potere, l'ayatollah Khomeini abbandona i grandi progetti di modernizzazione dello Scià, definendoli «satanici», comprese le commesse di centrali atomiche ai Paesi occidentali (ma, significativamente, continua lo sfruttamento dei locali giacimenti di uranio, in teoria inutili dopo l'abbandono delle centrali). Di conseguenza, Teheran rescinde i contratti con le imprese nucleari francesi ed esige il rimborso del prestito di un miliardo di dollari concesso da Reza Pahlevi al consorzio Eurodif. Per tutta risposta, Parigi blocca il conto su cui è depositato il prestito dello Scià e chiede all'Iran un risarcimento per le aziende atomiche francesi, danneggiate dall'improvvisa e ingiustificata rottura dei contratti. La situazione rimane bloccata fino al 1983-84, periodo in cui la teocrazia iraniana finisce di stabilizzare il regime, grazie a una durissima repressione contro il terrorismo interno, gli intellettuali liberali, i curdi e il clero moderato.
Nell'autunno del 1984 si aprono i primi negoziati tra francesi e iraniani sul contenzioso Eurodif, ma nessun compromesso viene raggiunto perché, secondo il diplomatico francese François Scheer, che negozierà a lungo con i mullah, gli iraniani rifiutano di ritirarsi dal capitale di Eurodif. È comprensibile che Parigi non volesse più un Iran diventato pericoloso e impresentabile nell'azionariato di un consorzio europeo per l'arricchimento dell'uranio, che dava a Teheran il diritto di prelevare grandi quantità di combustibile nucleare. Ma gli ayatollah dimostrano presto in che modo intendono negoziare: il 22 marzo 1985 due diplomatici francesi sono rapiti in Libano e, due mesi dopo, un giornalista e un ricercatore francesi vengono a loro volta catturati a Beirut. I rapimenti sono rivendicati dalla Jihad islamica, una nuova organizzazione libanese, di obbedienza iraniana, il cui insediamento a Beirut è facilitato da Yasser Arafat, primo straniero a recarsi in visita nell'Iran khomeinista, da cui ottiene fondi per Al-Fatah. La Jihad è legata all'organizzazione pro-iraniana sciita Hezbollah, che in quei giorni dichiara di essere «in guerra con il governo francese».
Nel luglio dell'85, il ministro iraniano degli Esteri, Ali Akbar Velayati, dichiara in un'intervista che l'Iran pretende dalla Francia il regolamento del contenzioso Eurodif, la fine delle vendite di armi francesi all'Irak (con cui l'Iran è in guerra dal 1980), e la cessazione dell'asilo accordato da Parigi agli oppositori della repubblica islamica. Le richieste di Velayati sono una fotocopia delle rivendicazioni della Jihad islamica alla Francia per la liberazione degli ostaggi, compreso il regolamento del contenzioso nucleare e finanziario Eurodif, di cui nessuno all'infuori degli addetti ai lavori aveva mai sentito parlare. Parigi tenta di negoziare tramite la Siria, alleata dell'Iran e protettrice dei gruppi filo-iraniani in Libano, ma nonostante i contatti diretti fra il presidente francese Mitterrand e quello siriano Assad, non si arriva a nulla. Secondo Yves Girard, allora vicepresidente dell'industria nucleare francese Framatome, erano in corso colloqui franco-iraniani tramite i canali delle grandi imprese atomiche francesi e dei ministeri competenti. I negoziati hanno quindi, da subito, un carattere tecnico-nucleare.
Il 7 dicembre, due bombe esplodono a Parigi, in due grandi magazzini. Al riguardo, Jacques Attali, stretto consigliere di Mitterrand durante i due settennati, scrive nelle sue memorie che «la partita iniziata con i rapimenti di francesi in Libano continuava». Il 3 gennaio '86 arriva a Teheran una delegazione francese composta da responsabili del Commissariato per l'energia atomica e del ministero delle Finanze, guidata dal diplomatico Jacques Martin, specializzato nelle questioni nucleari e della difesa. Il giorno dopo, il presidente siriano Assad fa sapere a Mitterrand che tutto va bene e che si sta arrivando a «risultati definitivi» sul problema dei prigionieri in Libano, e il ministro degli Esteri francese Roland Dumas si prepara a lasciare Parigi per recuperare gli ostaggi in Siria (secondo Jacques Attali, l'aereo «Mystère 50 presidenziale era pronto a decollare»). Due giorni dopo, la delegazione francese rientra a Parigi senza accordo. Gli ostaggi restano in Libano. La ragione di questo inaspettato fiasco dei «negoziati atomici» sarebbe, secondo alcuni diplomatici francesi il rilancio di Jacques Chirac, allora capo dell'opposizione gollista, grande favorita nelle elezioni legislative del marzo '86. Chirac avrebbe negoziato segretamente con Teheran il rilascio degli ostaggi francesi in Libano, che avrebbero dovuto essere liberati dopo le elezioni, per non aumentare la (scarsa) popolarità del governo socialista.
I gollisti hanno sempre negato queste trattative parallele, ma le testimonianze sono autorevoli e in quel periodo tutti davano per scontato che la destra avrebbe vinto le elezioni tre mesi dopo e che Chirac sarebbe diventato primo ministro, per cui un negoziato nell'ombra non poteva che sembrare logico sia ai gollisti, sia agli iraniani. Inoltre, l'Iran dichiarava apertamente di preferire i gollisti antiamericani e antiisraeliani ai socialisti, più atlantisti e più equidistanti in Medio Oriente: verso la fine dell'85 il presidente del parlamento iraniano, Hashemi Rafsanjani sostiene che in Francia «i socialisti sono anti islamici», mentre all'inizio di marzo dell'86, poco prima delle elezioni francesi, Hezbollah dice che «il prezzo della sicurezza dei francesi nel mondo è la caduta del governo di Mitterrand». Radio Teheran arriva persino a felicitarsi, tre giorni dopo il trionfo elettorale dei gollisti, della «disfatta dei socialisti», attribuita alla «pressione dei musulmani contro la loro politica di sostegno a Israele e all'Irak».
All'inizio di febbraio 1986, un mese prima delle elezioni francesi, tre bombe esplodono a Parigi, di cui due negli anniversari del ritorno di Khomeini in Iran e della nomina del suo primo governo. Gli attentati sono rivendicati da una nuova organizzazione, il Csppa, secondo gli investigatori francesi emanazione delle Farl libanesi, a loro volta controllate dall'Iran. Le richieste del Csppa sembrano scritte a Teheran: la liberazione dalle prigioni francesi del commando che aveva tentato di uccidere Shapur Bakhtiar, l'ultimo primo ministro dello scià, rifugiatosi in Francia dopo la rivoluzione islamica; la cessazione delle vendite di armi all'Irak e, guardacaso, il regolamento del contenzioso Eurodif. Pochi giorni dopo, l'incaricato d'affari iraniano a Parigi dichiara che il problema Eurodif e quello del prestito dello scià sono «due dossier distinti»: gli iraniani separano così ufficialmente la questione finanziaria dall'azionariato nel consorzio e, quindi, dall'approvvigionamento di Teheran in uranio arricchito.
L'otto marzo '86, a ridosso delle elezioni, quattro giornalisti francesi vengono rapiti a Beirut; il 10 la Jihad islamica manda alla stampa le foto del cadavere di Michel Seurat, un ostaggio francese la cui esecuzione era stata comunicata all'Eliseo qualche giorno prima; il 14, 48 ore prima delle elezioni, la Jihad manda ai media una cassetta video in cui tre ostaggi francesi chiedono un cambiamento della politica di Parigi in Medio Oriente. In cinque settimane, i terroristi filo-iraniani hanno abilmente umiliato la Francia governata dai socialisti. Se volevano fare campagna elettorale per Chirac, non potevano far meglio.
(2. continua)