E alla fine il vincitore rischia di essere Olmert

L’elettorato israeliano ha prodotto col suo voto martedì una ricetta di governo fatta di instabilità interna e di immobilismo in politica estera, sempre che i voti dei soldati, del personale delle ambasciate all'estero e degli israeliani a bordo delle navi mercantili, non riduca ancora di più nelle prossime ore il lievissimo vantaggio che Kadima ha sorprendentemente ottenuto sul Likud di Netanyahu.
Per il momento tre cose sono chiare. La signora Livni, ammesso che riceva il mandato a formare il nuovo governo, non riuscirà a farlo a meno che riesca ad attirare nella sua coalizione il partito nazionalista Israel Beitenu di Lieberman che nonostante la sua dichiarata politica anti araba (ma anche anti-religiosa ortodossa) non si è dichiarato contrario a proseguire i negoziati coi palestinesi per la creazione di un loro Stato.
Secondo, il fronte della destra può contare su 63-65 mandati (su 120) al parlamento. Ma si tratta di una combinazione di forze ibride, laiche e religiose, populiste e capitaliste; nazionaliste «ebraiche» e non ebraiche.
In questa coalizione, ammesso che nasca con la guida di Netanyahu, la presenza di Lieberman (che con le sue dichiarazioni estremiste è stata la principale ragione della perdita dei voti per il Likud) diventerà, come avevamo previsto su queste pagine, l'ago della bilancia all'interno del governo e un freno per ogni iniziativa pro palestinese.
Infine e paradossalmente, a meno che per miracolo non si possa formare un nuovo governo nella prossima settimana, i negoziati si potrebbero protrarre sino ad aprile, mantenendo alla testa dell'esecutivo il premier ingiustamente vilipeso, Ehud Olmert.
Da molti ora rimpianto, questo politico che ancora dispone di pieni poteri, potrebbe portare a decisioni importanti, sia nel caso di risposte al tiro dei missili da Gaza sia per lo scambio di prigionieri e la liberazione del caporale Shalit, diventato ormai un simbolo per gli israeliani.
Tutto questo sempre che, per un balzo di spirito patriottico, la Livni e Netanyahu non riescano a controllare il loro ego personale e a ridurre le loro ingiustificate pretese di potere realizzando un governo di unione nazionale che il Paese approverebbe con entusiasmo. In una coalizione del genere ci sarebbe posto anche per il Labour, partito storico di Ben Gurion, che esce come le altre formazioni di sinistra duramente bastonato da queste elezioni ma che dispone ancora di ottimo personale politico.
Fare previsioni a più lungo termine in una situazione così complicata è impossibile anche perché nessuno è in grado di conoscere le vere intenzioni della nuova amministrazione Usa per il Medio Oriente e ancor meno quelle dei palestinesi - sia di Gaza che di Cisgiordania - che troppo divisi e deboli per impegnarsi in iniziative costruttive, mantengono intatta la loro tradizionale capacità di disturbo.