E Fini lancia Berlusconi: «È il nostro cannoniere»

Il vicepremier suona la carica: «Se ci crediamo possiamo vincere: l’Italia non ha nostalgia di Prodi. L’Unione è divisa su tutto, non può dare risposte»

Fabrizio de Feo

da Roma

«In Italia si può essere nostalgici di tutti ma non credo si possa essere nostalgici di Romano Prodi. Se ci crediamo, possiamo vincere le elezioni politiche». Gianfranco Fini interviene a Bari, a conclusione delle giornate dell’«Ancoraggio». E nel capoluogo pugliese suona la carica alla sua gente, trasmettendo la convinzione che il centrodestra abbia davanti a sé una partita politica tutta da giocare.
«Per la Cdl e An è necessario fare una campagna elettorale d’attacco, forti della propria identità», smentendo «la bugia del centrosinistra relativa a una presunta incapacità del centrodestra». Inutile insomma giocare in difesa perché le vere contraddizioni si annidano nell’altro fronte: quello dell’Unione. «Prodi con Bertinotti cadde sulla politica internazionale. Hanno due linee diverse. Ecco perché quando gli si rivolge una domanda, Prodi risponde sempre che è un grande problema: perché non può dare una risposta. Per noi la politica è fare ciò che si ritiene giusto, per il centrosinistra ciò che si ritiene utile. La sinistra non ha una identità di programma, così come sulla Tav ha due linee diverse. È una sinistra vecchia. E dove vincono non riescono a governare». Un insieme di problemi che rischia di tramutarsi in una miscela esplosiva. E che regala al presidente di An la convinzione che le elezioni la Cdl le vincerà «in tutta Italia, grazie anche all’impulso che verrà dalla Puglia e dal Lazio». C’è un punto, però, su cui Fini ci tiene a soffermarsi, spazzando via possibili equivoci: «Nel programma che la Casa delle libertà presenterà, il candidato premier avrà un nome e cognome: Silvio Berlusconi. Tra qualche giorno verrà approvata in modo definitivo dal Senato la legge elettorale proporzionale. Secondo quanto richiesto esplicitamente da An la legge prevede che i partiti abbiano l’obbligo di presentarsi nell’ambito di una coalizione, con un programma comune e che nell’ambito del programma sia indicato il candidato premier. Non possiamo pensare che il nome del candidato sia scritto sulla scheda perché purtroppo non è stata modificata la Costituzione. Ma la nostra sarà una campagna elettorale a tre punte, faremo più goal e il nostro capocannoniere sarà il presidente del Consiglio». Nessuna competizione senza regole tra alleati, insomma. Piuttosto uno spartiacque, un principio chiaro attraverso cui stabilire chi diventerà l’inquilino di Palazzo Chigi in caso di vittoria. «Il gioco a tre punte vuol dire che, come lo stesso Berlusconi ha chiesto, se gli italiani daranno a Tizio, Caio o Sempronio un numero di voti maggiore degli altri, colui che avrà più voti sarà il candidato». E quindi anche colui che guiderà il governo. «Si tratta di una posizione di assoluta chiarezza - prosegue Fini -. Il centrosinistra indica Prodi, il centrodestra indica Berlusconi. È una legge elettorale proporzionale, si raccolgono voti per i partiti e quindi per la coalizione. Se al termine della competizione un partito ha più voti del partito guidato da Berlusconi sarà il primo a indicare agli alleati il candidato».
Non c’è solo la strategia da tenere in campagna elettorale a occupare la mente del vicepremier. Incontrando i giovani del suo partito, il leader di An si muove, infatti, anche sul territorio delle grandi tematiche sociali. Prima dà la scossa alle nuove generazioni del Sud Italia. «Non dovete stare con il cappello in mano, non dovete sempre bussare alla porta per chiedere. Dovete avere l’orgoglio della vostra identità». Poi si sofferma su uno dei temi che hanno provocato contraccolpi forti alla sua leadership dentro il partito: le politiche per l’immigrazione. Gianfranco Fini non ha dubbi: «La vera sfida sull’immigrazione è quella dell’integrazione delle comunità di immigrati nelle società occidentali. Non dobbiamo aver paura dell’altro, chi teme l’altro ha paura di poter essere contaminato e quindi importante è preservare la propria identità rispettando quella degli altri e pretendendone il rispetto. Noi europei siamo in una condizione difficile: siamo un continente vecchio con un indice di natalità assai basso, l’Italia in particolare. Per questo abbiamo bisogno degli immigrati che vengono qui in cerca di lavoro, ma il problema è come integrarli nella nostra società. Io sono convinto che la Turchia debba entrare nell’Unione Europea. È un paese islamico ma da quando ha cominciato a negoziare per entrare nella comunità ha cambiato la sua Costituzione aprendosi alle logiche dell’Occidente. Nel tempo avremo la prova che si può essere musulmani senza essere in competizione con l’Occidente».