E a Fiumicino il caffè è «stupefacente»: bloccato corriere sudamericano. Aveva nella valigia chicchi di «polvere bianca»

Aveva nascosto dieci chili di cocaina purissima in confezioni di caffè. Pensava di farla franca ai controlli aeroportuali, H. P. J. J., indossatore sudamericano atterrato con un aereo proveniente da Caracas al «Leonardo da Vinci» e diretto in Siria, a Damasco. Ben vestito, modi di fare educati ed eleganti, ha cercato di spiegare - a modo suo - i motivi del viaggio: «Mi aspettano in Medioriente per delle foto pubblicitarie. Ecco qua tutti i documenti. Ed ecco anche le richieste dell’agenzia che mi ha contattato». Qualcosa nel racconto del giovane, sebbene piuttosto sicuro di sé, non quadra ai funzionari della Circoscrizione doganale di Roma II di stanza agli Arrivi internazionali dello scalo capitolino. Anzi, decidono di mettere mano a controlli più approfonditi. Con loro ci sono anche i militari della Guardia di Finanza con cui dall’inizio dell’anno diverse operazioni congiunte hanno portato alla denuncia per violazione alla legge sugli stupefacenti di 100 persone, all’arresto di venti narcotrafficanti e al sequestro di 150 chili di droga. All’apertura del bagaglio la sorpresa: nascosti tra vestiario e oggetti da bagno spuntano fuori alcuni sacchetti contenenti chicchi di caffè. Almeno così sembra. «Sono un pensiero per alcune amiche», prova a giustificarsi senza tradire alcuna emozione il venezuelano. Inutilmente. Perchè setacciando i chicchi ecco venir fuori la cocaina. «Della migliore qualità - come spiegano gli inquirenti - in grado, una volta appositamente tagliata, di produrre “polvere da strada” per un peso cinque volte superiore e un valore complessivo su piazza stratosferico, all’incirca cinque milioni di euro». Un colpaccio niente male, dunque, quello tentato dal modello sudamericano che, dalla zona transiti dell’aeroporto, è finito direttamente nelle carceri di Civitavecchia.