E Formigoni bacchetta Napolitano

«Ho una critica garbata per il presidente. Ha dimenticato di raccontare che molti malati gli chiedono di aiutarli a vivere»

da Milano

Vista dal trentesimo piano del Pirellone, Milano è una cartolina suggestiva. È l’ora di pranzo: Roberto Formigoni ha appena parlato al telefono con Silvio Berlusconi - «L’ho sentito in gran spolvero» - e sta per andare a visitare due feriti libanesi ricoverati al Policlinico. Ma non si sottrae alle domande sul fatto del giorno: la drammatica morte di Piergiorgio Welby. Il presidente della Regione Lombardia ha le idee molto chiare: «Si è usata una vicenda umana a fini ideologici e politici. I radicali vogliono introdurre l’eutanasia e provano a scardinare i paletti posti a tutela della nostra civiltà. Naturalmente dicono che quello di Welby è un caso limite e così provano a introdurre un concetto estraneo alla nostra tradizione: la dolce morte. Poi accadrà quello che abbiamo già visto per l’aborto e il divorzio: una volta ammesso il principio, le situazioni estreme dilagheranno, diventeranno la norma. Routine. E ci sarà qualcuno che stabilirà se la vita di un altro tizio sia degna di essere vissuta oppure no».
Formigoni guarda fuori dalla finestra. Poi, riattacca: «La questione Welby, al di là del dramma che nessuno può giudicare, era e resta semplicissima. E trova una giusta sintesi nel giudizio elaborato dall’Istituto superiore di sanità poche ore prima della sua morte: se c’è accanimento terapeutico allora è lecito staccare la spina e interrompere le cure. Anche Giovanni Paolo II, quando seppe che non c’era più alcuna possibilità, disse: “Lasciatemi andare”. Ma se invece non c’è accanimento, e questo era esattamente il quadro delineato per Welby, allora si deve andare avanti con tutti gli strumenti terapeutici a disposizione». Autorevoli commentatori ritengono che a queste latitudini manchino certezze e ci si muova in un territorio inesplorato. Formigoni la pensa in tutt’altro modo: «Si è alzato un gran polverone, si è parlato di un vuoto legislativo che non c’era e non c’è. La legge è chiarissima. La vita va rispettata e difesa».
I giornali e le tv hanno martellato per giorni. Seminando dubbi e questioni laceranti. «Se è per questo - rilancia Formigoni - bisogna muovere una critica garbata anche al Presidente della repubblica. Napolitano ha posto all’attenzione dell’opinione pubblica solo la vicenda Welby e non ha raccontato che anche altri malati gravi, gravissimi, gli hanno scritto per dire esattamente l’opposto: “Ci aiuti a vivere”. Anche a me arrivano lettere di malati in situazioni difficilissime e sono tutte per la vita. Chiedono un sostegno: credo che il compito dei politici sia aiutarli ad affrontare dignitosamente la loro condizione, non spedirli all’altro mondo».
I media, però, vanno oltre. Sul tavolo della polemica c’è la spinosa questione del funerale religioso: ha fatto bene il Vaticano a negarlo? Un punto di domanda che sembra avere fondamenta profonde, nel terreno della pietà. Il Presidente della Regione però non indugia un solo istante davanti a quel quesito e anzi contrattacca: «Non capisco perché Pannella voglia insegnare alla Chiesa il suo mestiere. Welby non si è suicidato in un momento d’impeto. No, ha ripetutamente detto di voler porre fine alla sua vita e questo contrasta con la concezione bimillenaria dell’esperienza cristiana. Il Vicariato non aveva altra scelta: ha affidato il defunto alla misericordia di Dio, ma gli ha negato il funerale religioso. E guardi che questa non è mancanza di carità ma chiarezza di giudizio nei confronti di chi si è messo in contraddizione con la dottrina cattolica».
Formigoni si alza per i saluti. È il momento degli auguri e lui li fa alla coalizione di centrodestra: «Dobbiamo rifondare l’alleanza, recuperando anche Casini. Sarebbe un grave errore tagliarlo fuori, del resto dieci anni fa ci fu un periodo in cui Bossi sembrava aver preso un’altra strada. Per fortuna tornò con noi. Oggi dobbiamo fare uno sforzo con l’Udc. Il momento è favorevole: il Governo Prodi sbanda vistosamente e perde consensi giorno dopo giorno, la Finanziaria è diventata legge solo grazie ai senatori a vita. Diciamo la verità: in un Paese normale Prodi sarebbe già caduto, invece il centrosinistra resiste, aggrappato alle poltrone. E alla sua stessa debolezza. Noi dobbiamo prepararci con cura alle amministrative di primavera: speriamo in una vittoria netta. Che sarà una spallata, forse decisiva, per Prodi. Poi arriverà anche la stagione del partito unico, nella cornice del Partito Popolare Europeo».