E la gara dei superstipendi la vince il manager licenziato

Nel 2008 i maggiori compensi sono legati alle buonuscite. Il dirigente esperto tratta prima la sua liquidazione, poi lo stipendio. Ma la pacchia finirà

Un noto manager d’industria italiano che, visti i tempi, invoca più che mai l’anonimato, dice: «La cosa più importante, quando accetti un nuovo incarico, non è trattare le condizioni alle quali andrai a lavorare, ma quelle della tua futura uscita». E in questa dichiarazione c’è il senso di quello a cui stiamo assistendo in questi giorni leggendo, come ogni aprile, gli emolumenti dei grandi manager, pubblicati sui bilanci delle società quotate e riferiti all’anno scorso. Per cui i primi in classifica sono quelli che sono stati licenziati. A occhio, un paradosso: se è stato cacciato, tanto bravo non sarà. Ma tant’è. Vediamo il perché.
Lasciando l’azienda, un top manager passa all’incasso di quelle condizioni che aveva con lungimiranza trattato al momento del suo ingresso. Una «scienza» che, con la discesa in campo dei più rinomati avvocati del lavoro, si è sviluppata assai dalla fine del secolo scorso, sulla spinta della new economy e di pari passo con il diffondersi di bonus, stock option, golden parachute (paracaduti d’oro), no compete clauses (clausole di non concorrenza). Come si vede, tutta roba anglosassone, ma subito copiata con entusiasmo di qua dall’oceano e che si può sintetizzare come «buonuscita». E che ha portato fino al paradosso di cui sopra: conviene farsi licenziare.
Così i primi 3 manager della classifica della grande industria sono tutti «ex». Roberto Tuniolo ha lasciato la carica di ad di Datalogic con 8,265 milioni di euro, di cui 2,160 di «indennità di fine mandato» e 4,865 di incentivi maturati nei 4 anni di lavoro in azienda. Luca Majocchi, ad di Seat, porta a casa 7,958 milioni, di cui 5 come clausola «no compete». Enrico Parazzini, dg di Telecom, arriva a 7,173 grazie a un «incentivo all’esodo». Il quarto, Gianluigi Gabetti, su 6,672 milioni, ne ha ricevuti 5 come premio alla carriera, avendo lasciato Ifil dopo una frequentazione trentennale ai vertici delle holding del gruppo Agnelli. Anche i primi due tra i banchieri sono dei licenziati: Pietro Modiano, che ha rinunciato alla direzione generale di Intesa Sanpaolo dopo un lungo braccio di ferro con i vertici, ha incassato 5,140 milioni. Fabio Innocenzi, ex numero uno del Banco Popolare, porta a casa 4,160. D’altra parte il 2008 non fa eccezione. Nella storia sono rimaste tante famose buonuscite, come i 95 milioni di Cesare Romiti dalla Fiat, nel ’99; o i 37 milioni di Matteo Arpe da Capitalia e i 17 di Riccardo Ruggiero da Telecom, entrambi nel 2007.
Le liquidazioni d’oro partono da una base che, tra contratto nazionale dirigenti e prassi, rappresenta la media: in caso di licenziamento il manager porta a casa un paio d’anni di stipendio. Ma questi sono i manager «normali». Per la categoria «super» la musica è un’altra: sono ormai più di 10 anni che se si è chiamati a guidare un grande gruppo, magari quotato in Borsa, al momento dell’assunzione si contratta una buonuscita che prevede vari tipi di trattamento. Si chiama «patto di stabilità» (del manager, soprattutto): si va da un numero minimo di stipendi annui da corrispondere in ogni caso (per cui chi viene cacciato dopo un anno, ma ne ha trattati 5, se li prende tutti), a un numero di annualità molto superiori ai 2-3 della media (4-6), a clausole che impediscono di andare a lavorare per la concorrenza per 2-3 anni in cambio di determinati importi, a bonus legati a determinati parametri. In molti casi tali condizioni non stanno nella lettera d’assunzione, ma in specifiche «lettere contrattuali», che valgono comunque a tutti gli effetti.
Così si arriva facilmente a mettere insieme una fortuna: per stipendi fissi già alti, nell’ordine dei 2 milioni l’anno, la buonuscita lievita facilmente fino a 7-8. Ma l’impressione è che la pacchia stia per finire. E che i manager che hanno incassato le super liquidazioni siano destinati a restare, nel tempo, una generazione unica, baciata dalla fortuna.