E Gatti si laurea con Ciaikovskij e Prokofiev

da Varsavia

Per la Filarmonica della Scala, più che un tour musicale è stato un tour de force: quattro concerti in altrettanti giorni, zigzagando come su un pentagramma impazzito da Istanbul a Taormina a Varsavia (i programmi diretti da Daniele Gatti) a Lucca (il concerto di Chailly del quale riferiamo in questa stessa pagina).
Istanbul, programma «da esportazione» con Verdi, Puccini, Fontane di Roma di Respighi poi la Quinta Sinfonia di Ciaikovskij. Taormina, apertura del Festival Sinopoli, il direttore scomparso nel 2001: e qui alla Quinta di Ciaikovskij e a un’ampia suite dal balletto Romeo e Giulietta di Prokofiev, si è aggiunto, in omaggio a Sinopoli, il wagneriano e sacrale Incantesimo del Venerdì Santo.
Poi Varsavia, la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù piena come un uovo, un megaschermo in fondo alla navata sinistra, la tv polacca che ha trasmesso in diretta (Ciaikovskij) e registrato per la differita (Prokofiev) l’intera serata.
Gatti è un direttore nato. Da sempre cura il bel suono, è attento al dettaglio (talvolta a discapito dell’assieme), non sempre imprime un segno interpretativo folgorante. A 43 anni e per la prima volta sul podio della Filarmonica, ieri l’altro lo abbiamo «scoperto» al traguardo di una nuova e bella maturità. Nella Quinta di Ciaikovskij nessun sentimentalismo e da subito i clarinetti scabri, quasi taglienti, il passo spedito per quello che sarà il tema ricorrente «del destino», sempre pronto a schiacciare l’uomo. Per contro, il secondo motivo cantabile degli archi reso con un abbandono fine secolo struggente (allargando, «rubati»), poi uno sviluppo nitidissimo fino alla coda serrata.
Quanto all’Andante cantabile, un’interiorità lontana e stupefatta su cui il corno di Danilo Stagni canta con un legato e colori da favola, mentre il clarinetto di Paolo Beltramini contrappunta quella melodia incantata con un pathos fervido.
Quanto a Romeo e Giulietta, Gatti ricava un Prokofiev davvero novecentesco. Dal passo ritmico implacabile, concepito come un meccanismo di precisione, prosciugato dai sin troppo facili effetti emotivi, di gusto neoclassico, fra dissonanze e sonorità puntute, nel Minuetto e nel Madrigale. Trepidamente affettuosa e casta disegna poi la figura di Giulietta. Orchestra in splendida forma nonostante le fatiche degli spostamenti e applausi a non finire.