E il ghiaccio bollente esalta le Olimpiadi del bello

Dalla cinese caduta all’happening, dai tifosi ai giudici: così lo sport mostra un mondo diverso

Riccardo Signori

nostro inviato a Torino

Tutti con occhi da bambino. Curiosi e senza malizie. Pronti a tifare. Ma con il battimani facile. Per chiunque, che diavolo. Non solo per il proprio preferito. Ma è ancora sport, questo? Forse no, è soltanto un happening che sa d’antico. L’altra sera, chi naviga negli stadi di casa nostra, oppure nei palazzetti e nei palazzoni, si è provato a toccare il vicino, la vicina, che parlasse cinese, russo, inglese, o tradisse una influenza torinese. Come a dire: siete veri? Ma da che mondo venite? Strano, vero? Eppure non era Natale, né Pasqua e nemmeno San Valentino quando tutti mettono fuori il cuoricino fragile. Era una sera non tanto fredda, sera torinese in un palazzone architettonicamente studiato come una vela da Gae Aulenti e Arnaldo De Bernardi, nemmeno brutto per le abitudini di casa nostra. Lo chiamano Palavela, è uno dei siti olimpici delle Olimpiadi torinesi. Facile da raggiungere con qualche fermata di bus, non sempre comodo all’uso: si sprecano le code alle toilette (tempo d’attesa non meno di dieci minuti), e pure ai bar per lo snack. Visti i prezzi dei biglietti, qualcuno non poteva pensare di dotare il palazzo di qualche conforto superiore? Non foss’altro per evitare le code o trovare un panino anche alle dieci di sera (il pattinaggio tira sempre per le lunghe e comincia all’ora dell’aperitivo).
Sottigliezze, si dirà, rispetto al resto. Niente male. Con tanto di morale. Ovvero ghiaccio bollente, quanto la temperatura del palazzo (andrebbe rivista la dizione palazzo del ghiaccio), musiche, gioco di coppia e gioco per coppie, tribune piene, sventolare di bandiere tanto diverse da stupire. Cinesi? Guarda quanti ne sono arrivati. Americani? Senti come urlano. Russi? Un esercito. Gli italiani? Come gli osservatori dell’Onu. In uno stadio calcistico sarebbero serviti reticolati per evitare problemi. Invece qui, tutto un darsi di gomito.
Eppoi esposizione del bello: bello estetico di chi pattina, bello morale di chi guarda e, per una volta, perfino il bello delle giurie che, quasi mai, hanno fedina penal sportiva pulita. È stata una sera da favola, in tutti i sensi. Due russi favolosi nel pattinare (si parla di pattinaggio artistico), nella sicurezza e nella bellezza dei gesti. Ed infatti hanno vinto. Tre coppie cinesi che hanno fatto muraglia per tutti gli altri. Eppoi quei due Zhan, lei Dan, lui Hao. Lei finita con una gamba fasciata, lui con lei in braccio dopo sette minuti struggenti e fiabeschi. E con una medaglia d’argento al collo.
Una serata di sport da turista per caso, è diventata una cartolina da mandare al mondo e alla memoria. Cosa portarsi a casa? Quel ritrovarsi fra musiche conosciute. Sarà un caso che russi e cinesi abbiano scelto Puccini e Verdi, Morricone e le musiche dei film di Fellini? Tutto il mondo è paese, quando si tratta di toccare il cuore del tifo. E ancora quello svolazzare su pattini di atleti grandi e grossi e donne minute, pronte a lasciarsi inviare nell’aria dalle braccia poderose dei partners. Per poi ricadere sul ghiaccio. E qui sono stati colpi bassi e «oooh!» di delusione fra il pubblico stipato fin lassù nelle tribune alte, dove non tutto si vede bene. Quante cadute. E ogni volta la gente ci restava male. Chi è abituato al tifo da stadio, aveva voglia di pizzicare il vicino. A veder se era tutto vero. O semplice disattenzione. Ehi! Ma è caduto un avversario del tuo preferito? E quello: niente! Applausi e poi applausi per quei ragazzi. Che si rialzassero. Una signorina ucraina è caduta tre volte di fila, come un pugile che fa su e giù per i pugni dell’avversario. Un pugno al cuore per gli ottomila sulle tribune. Struggente vedere questa ragazza cadere e rialzarsi. E la gente ad applaudire, quasi per tenerla in piedi.
Proprio vero: quattro ore vissute in un altro mondo. Lasciamo perdere il solito mieloso ritorno a De Coubertin e ideali olimpici. Chi non li ha, non li capisce. Ma qui ogni esercizio sulle tribune diventava un happening, un batter di mani a scandire il ritmo della musica o soltanto per dire: bravi, comunque. Ci fate divertire.
Fino a quello squarcio finale. Tatiana Totmianina e Maxim Marianin, regali russi a dimostrar grandezza così infinita da convincere tutti. Non i due Zhang e l’esercito cinese. Erano stati così bravi due giorni prima, tanto da essere secondi in classifica. Pronti via, lui la lancia e lei vola. Ma vola per davvero, cade male sul ghiaccio, sbatte per terra. «Noooo!». Scappa di bocca. Anche ai russi. Un gelido silenzio s’impadronisce per qualche attimo dell’intero palazzo. Occhi delusi, i soliti occhi da bambino. Poi Dan si rialza, non ce la fa, attende, riprende, ritrova l’incanto. Salta ancora nell’aria. Scende, tocca il ghiaccio, resiste. Applausi, liberazione, gli occhi da bambino tornano a sorridere. La volevano così. Fino in fondo. Quando anche le giurie mettono una mano sulla coscienza. C’è bello estetico e bello morale: per quattro ore è stato tutt’uno. Difficile ricordare di trovarsi a Torino, Italia.
Poi fuori dal Palavela. Sciamare silenzioso e soddisfatto. E i bus non sono arrivati più. Rieccoci: qui Torino, Italia.