E già si pensa al futuro di Gerusalemme

Nel giorno dello storico ritiro da Gaza, in molti ambienti israeliani si comincia a discutere discretamente la questione di Gerusalemme. Gli uomini di Sharon non hanno interesse a parlarne adesso, ma hanno in mente un piano. Si tratta di dividere l'attuale territorio comunale in due, creando una «Gerusalemme palestinese» non - come sognava Arafat - nella città vecchia, ma nella zona Nord della città, dove la maggioranza della popolazione musulmana si sta comunque concentrando e che non è mai stata considerata parte della Gerusalemme storica. Quest'ultima rimarrebbe a Israele, come vuole tutta l'opinione pubblica israeliana, ma lo Stato palestinese avrebbe comunque una propria «Gerusalemme», nel rispetto dello status quo e della demografia.
L'attuale comune di Gerusalemme avrebbe infatti una maggioranza di musulmani al più tardi fra vent'anni. Un'alternativa ci sarebbe: creare una «grande Gerusalemme» fondendo il comune con tre vicine comunità suburbane per ricchi abitate quasi esclusivamente da ebrei. Sennonché i loro residenti sono risolutamente contrari a unirsi a Gerusalemme, una città dove i poveri - arabi o ebrei - sono un buon terzo della popolazione, e che li tasserebbe per mantenere i suoi costosi servizi sociali.
Chi propone la «grande Gerusalemme» è l'attuale sindaco della città santa, Uri Lupoliansky, che si esprime però in termini molto cauti. Padre di dodici figli, Lupoliansky è il primo sindaco di una grande città che proviene dagli ambienti che in Israele sono chiamati haredi, o ultra-ortodossi. Gli haredi mantengono molti usi e costumi di un remoto passato, e sono l'oggetto principale dei timori degli israeliani laici, che li considerano la variante ebraica - non violenta, certo, ma reazionaria e bigotta - del fondamentalismo. Lupoliansky, però, ha vinto nel 2003 con il 51,7% dei voti, mentre gli haredi (che pure aumentano a causa della demografia: anche loro, come i musulmani, fanno molti figli) sono al massimo un terzo dei cittadini di Gerusalemme. Imprenditore di successo, ha dunque raccolto voti al di là della comunità ultra-ortodossa, con un programma che prevede una metropolitana leggera, il rilancio del turismo, e un polo biotecnologico internazionale per creare nuovi posti di lavoro.
Il suo concorrente elettorale, il finanziere laicista Barkat, aveva dipinto un'amministrazione Lupoliansky come una sorta di versione haredi della teocrazia iraniana, ma l'unica polemica seria in cui il sindaco è stato coinvolto riguarda il rifiuto di partecipare a una marcia dell'orgoglio gay (che non ha vietato, impedendo solo un party post-marcia in piazza) e di esporne le bandiere sugli edifici pubblici: molti sindaci italiani farebbero lo stesso, senza essere ebrei ultra-ortodossi.
Lupoliansky, come molti suoi colleghi musulmani, è un esempio vivente della tesi neo-con secondo cui agli estremisti religiosi fa bene partecipare alle elezioni, specie amministrative, e vincerle. Si ritrovano aggrediti dalla realtà e a doversi occupare, anziché di retorica religiosa, di posti di lavoro, acquedotti e pulizia delle strade. Quasi sempre la funzione modera l'uomo, e molti sono buoni sindaci. Lupoliansky potrà non essere rieletto nel 2008 se i suoi progetti economici non decolleranno. Ma per il momento esercita un'influenza moderatrice sulla destra ebraica, e sembra disponibile ad approvare ogni soluzione ragionevole per il futuro di Gerusalemme: una soluzione comunque indispensabile per ogni ipotesi di pace in Medio Oriente.