E il giocatore perfetto sbagliò il tempo dell’uscita

Il paradosso di Maldini. Col Werder l'ultima notte europea, 40 anni non possono essere sconfitti da un miracolo. Sentire da un tifoso del Milan che lui non ce la fa più, è uno schiaffo anche per chi non è milanista

Paolo Maldini ha visto la fine in uno scatto dell’ultimo derby. Adriano era tre metri dietro, finì cinque metri avanti. Adriano di oggi, non quello di tre anni fa. Quarant’anni non possono essere sconfitti da un miracolo eterno: Maldini ha dato ed è arrivato. Contro il Werder, giovedì, è stata solo l’ultima notte. Sa che è finita, forse oggi pensa che poteva andare diversamente: la dignità del ritiro porta nell’eternità più di un record battuto malamente, con l’acido lattico che vince sulla classe, con il cervello sconfitto dall’età del corpo.
Non è colpa sua se il Milan quest’anno è così. In fondo avrebbe dovuto giocare poche partite, fare l’ultima stagione quasi come una lunga passerella. Gli infortuni degli altri non se li aspettava né Maldini, né il club. L’inefficacia di Senderos non era prevista. Paolo ha fatto solo il calciatore: è entrato, ha giocato, ha corso, è arrivato dopo gli altri sulla palla, c’ha provato, non ha mollato. Il paradosso è che alla fine il problema è stato questo: se hai Maldini non comprerai mai nessuno che possa escluderlo del tutto. Non si possono tenere i monumenti in panchina per trentacinque giornate su trentotto, non si può pensare che uno dei giocatori più forti della storia faccia il titolare solo in coppa Italia.
Nessuno può dire a uno come Maldini quando smettere, però tutti sanno che il suo viaggio è finito. Lo sa anche lui ed è lui che deve dire basta: lo farà alla fine di quest’anno, forse nel momento più basso della sua carriera e in uno dei più bassi del Milan degli ultimi vent’anni. Brutto, così. Brutto perché sentire da un tifoso del Milan che Maldini non ce la fa più è uno schiaffo che colpisce anche chi non è milanista. Paolo è stato un genere, l’identificazione di un ruolo con un solo giocatore. Fluidificante, una parola oggi desueta che negli anni Ottanta era molto: il terzino che prima fermava l'avversario, poi correva sulla fascia sinistra, e arrivava nell'area avversaria per crossare la palla giusta all'attaccante. Non un terzino e basta, ma Maldini. Diventare centrale è stato l’inizio del cammino verso la fine. Perché Maldini sulla sinistra è stato un modello imitato ovunque. Qualche anno fa Franco Selvaggi raccontò chi fosse Paolo il giorno del suo esordio in serie A. Il 20 gennaio del 1985 Selvaggi era dall’altra parte, giocava nell’Udinese. Quel giorno aveva 32 anni e una carriera discreta alle spalle: «Sono stato il primo attaccante marcato da lui. Quando lo vidi entrare al posto di Battistini, mi dissi: “Adesso cambio zona e vado a giocare contro quel ragazzino”. Allora dissi all'altro attaccante, che era Carnevale di scambiarci: io a sinistra, lui a destra. Dieci minuti dopo mi resi conto che avevo sbagliato tutto. Paolo aveva la faccia da ragazzino, ma tutto il resto da uomo. Tornai da Carnevale e gli chiesi di riprendere le posizioni di prima». Da quel giorno a Udine, Maldini, non è più uscito dal campo. Soldato, sottufficiale, maggiore, colonnello, generale. Milan e solo Milan. La fedeltà è stata ricambiata: Berlusconi e Galliani adorano Maldini. Il Cavaliere una volta disse: «Maldini è così bravo, così forte, che potrebbe giocare in qualunque ruolo. Anzi suggerirò a Sacchi di schierarlo centravanti». Galliani è andato anche oltre, ha detto che un erede di Paolo non c'è e non ci sarà: «Maldini non è la storia del Milan, è il Milan».
Oggi, a 40 anni, non si contano neanche le presenze. Sempre dal primo minuto, perché è impensabile che lui possa andare in panchina. Fregatura per lui e per il Milan, adesso. È odioso vederlo come a San Siro contro il Werder: impacciato, in difficoltà, irritato con i tifosi che fischiavano lui e la squadra. Maldini è stato la perfezione e adesso è la normalità. Non si può essere contenti: gli straordinari non devono mai diventare banali. Deve molto alla mente di Arrigo Sacchi, Paolo. È stato in quel Milan che Paolo è diventato il più forte di tutti: prima aveva giocato qualche volta a destra, Sacchi lo spostò definitivamente a sinistra. E lì esplose: mai un errore, mai una sbavatura. Se si riguarda oggi, Maldini si deve detestare un po’. C'è il ginocchio, rotto qualche anno fa e che non ha mai smesso di fare male: «È il ginocchio che mi porterà al ritiro, lo so. Ho anche pensato di lasciare, poi però ho sentito di avere ancora le forze per reggere».
Non ce l’ha fatta fino in fondo, il capitano stanco. Ora ogni volta che toglie un pallone all'avversario la gente si entusiasma: Maldini sublima. Maldini sublime. La Nike è entrata nel mondo del calcio con lui. I Cantona, i Ronaldo, le pubblicità tipo film sono arrivate dopo. Paolo, ovviamente, c'era comunque. E sempre ritratto come quello fondamentale: non giocoliere, ma unico. Quello senza il quale crolla il mondo. Il problema è che adesso crolla anche con lui.