«E un giorno Gheddafi mi disse: quei calciatori sono troppo magri»

Paolo Brusorio

nostro inviato a Lavagna (Genova)

«Col calcio mi sono divertito e incazzato. A 14 anni ho cominciato a giocare, mio padre non mi ha fatto andare alla Juve perché diceva che non ero maturo per la città. Dopo l’Inter dissi di no alla panchina del Milan, mi chiamò Ramaccioni, ma non ero ancora pronto a saltare il fosso. Qui ci sono venuto per il mio amico Mino Ferrari: quando alleno devo insegnare. Altrimenti lascio perdere». Eugenio Bersellini compie 70 anni il prossimo 10 giugno, da dieci non allena più in serie A, da tre, conclusa l’esperienza in Libia, non allenava e basta. Farà il direttore tecnico della Lavagnese, serie D, campo sintetico, parte bassa della classifica.
Uno scudetto con l’Inter, era l’80, e allora dall’Inter si parte per il giro del mondo in settant’anni.
«Quando la vedo mi vengono i nervi, continua a mancare la programmazione, come fa a vincere una società che ha ceduto Roberto Carlos e Panucci? Mi piacerebbe allenare Martins e Adriano, con me imparerebbero a usare il destro...».
E come?
«In allenamento li farei giocare con un piede scalzo, il migliore. Poi partitelle: destri contro mancini, obbligando l’uso di quello più debole. Lo facevo anche con i libici».
Le piace Mancini?
«Non ne voglio parlare. Ho i miei buoni motivi».
Quali?
«Non glieli dico»
Ancora passato allora. 8 aprile ’81 Real Madrid-Inter 2-0, semifinale di coppa dei campioni: che cosa ricorda?
«Entro allo stadio e mi dico: “chi l’avrebbe mai detto Berse, sei al Bernabeu”. E poi a fine partita: “Mi sa che qui non ci torni più”. In effetti non ci ho messo più piede».
Era l’Inter di un certo Beccalossi.
«Il giocatore che mi ha fatto più disperare. Per “merito mio” tutta la squadra abitava ad Appiano Gentile, lui prese casa a Milano sopra Canuti. La società mi chiese di intervenire: lo segregai per quindici giorni alla Pinetina, di notte gli spiegavo il perché. Abbiamo vinto tre partite di fila, quel Beccalossi era incontenibile. Poi a casa la moglie gli comprava un vassoio da 24 paste, lui le divorava ed eravamo daccapo...».
Da Beccalossi al calciatore più scarso allenato. Fuori il nome?
«Anastopoulos. “Chillo è nu campione”, mi disse l’allora presidente dell’Avellino Giugliano. Era un brocco, ma gli regalarono una Porsche da 300 milioni appena arrivato. Gli piacevano molto le donne. E non solo dicevano...».
In Libia allenò nazionali e club: una fotografia?
«L’embargo. Per le strade di Tripoli montagne di spazzatura, la gente usava le coperte militari per cappotti, erano come morti. “Io qui non ci sto”, dissi. “Torni tra un mese”, mi disse il segretario della federazione libica».
Lo fece?
«Sì. Era tutto cambiato, l’embargo era caduto».
E i calciatori?
«Indolenti. Dormivano sempre, anche negli spogliatoi. Li ho portati in ritiro, 85 giorni in Italia. Con loro anche tre imam invadenti che obbligavano a pregare anche chi non voleva sotto la minaccia della galera. A Montecatini per colpa loro abbiamo cambiato albergo, sentivano presenze occulte».
Tecnica a parte, l’aspetto più difficile da correggere?
«Il cibo. Senta questa: giochiamo col Senegal alle quattro del pomeriggio e alle due vedo uno di loro, Masly, che mangia capretto, riso e intingoli vari. Ha passato tutto l’intervallo e il secondo tempo in bagno...».
Il primo incontro con Gheddafi?
«Dopo un torneo Panasiatico ad Amman ci ricevette nella sua cittadella, quella bombardata dagli americani. Dove gli morì la figlia. Ha lasciato tutto intatto. Ci passò in rassegna e alla fine mi disse: “li vedo un po’ troppo magri questi ragazzi”. E io: “devono giocare, colonnello”».
Lei è cattolico praticante, ha mai avuto problemi?
«No, pregavo nella chiesa vicino all’ambasciata italiana. Ma ai miei collaboratori chiedevo di tacere su politica e religione».
Mazzone, 68 anni, è in serie A. Lei in D: perché
«Dieci anni fa ero già fuori dal tempo. A Bologna, presidente Gnudi, facevamo miracoli con una squadra in fallimento quando venne un boss della curva invitandomi a lasciare. L’aveva mandato la società. Era l’ora di salutare».
Giampaolo squalificato perché allena senza patentino: d’accordo?
«Sì. Anche se fosse Gesù Cristo ci sono delle regole da rispettare. Senza il supercorso sarebbe il caos totale nella nostra professione. Anche se, quando nel ’68 a Lecce mi chiesero di trasformarmi da giocatore in allenatore, andavo in panchina col camice da infermiere per non farmi beccare».
Sergente di ferro: quanto le fa piacere l’etichetta?
«È una gran balla e mi dà un po’ fastidio. E poi come dice mia moglie Maria Pia, ora dovrei essere generale».