E il giudice-assessore «processa» subito Casini

Claudia B. Solimei

da Bologna

Il giudice Libero Mancuso è l'ultima «toga rossa» arruolata dall'Unione. È stato nominato assessore dal sindaco di Bologna Sergio Cofferati, anche se dovrà aspettare il 4 marzo per insediarsi: il passaggio dalla magistratura alla politica è stato così repentino che la toga da presidente del Tribunale del Riesame di Bologna la porta ancora sulle spalle. La richiesta di pensionamento è infatti partita in contemporanea con la chiamata di Cofferati.
Per il Cinese, che gli sta facendo preparare un ufficio di fianco al suo, si occuperà di rapporti istituzionali, partecipazione, diritti, cittadinanza, ma il suo esordio l'ha fatto attaccando il crocifisso: «Allucinante farne un simbolo laico» ha detto prendendosela con la recente sentenza del Consiglio di Stato e facendo pure infuriare gli alleati della Margherita, che ora chiedono una verifica di maggioranza al sindaco dopo le elezioni.
«Ne penso tutto il male possibile, ritengo scorretto che si ripeta l'abitudine di utilizzare nelle istituzioni locali magistrati impegnati sullo stesso territorio» aveva detto di lui il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini appena saputo della nomina. «Casini - la risposta di Mancuso - deve meditare sulle scorrettezze che lui ha fatto come presidente della Camera dove sono state approvate le leggi peggiori di questi 60 anni di Repubblica». E ieri il leader dell'Udc è tornato all'attacco: «Prima la candidatura di un magistrato per i Ds a sindaco di Bari, oggi a Bologna un magistrato che passa al ruolo di assessore nella giunta Cofferati: è l'idea di una magistratura che purtroppo parteggia, che come tale subito dopo viene transitata nei ruoli della politica e della sinistra. Se i magistrati, come credo sia giusto, vogliono essere immuni dagli attacchi, non possono prestarsi a una rappresentazione parziale della loro attività. Nessun cittadino si fiderà di loro». Immediata la replica di Cofferati: «C'è un'insistenza del tutto fuori luogo nel commentare strumentalmente le scelte fatte». Ma il giudice-assessore ha incassato critiche anche dall'Unione: c'è stato il no della Rosa nel Pugno e, ancora ieri, quello di Rita Borsellino, candidata del centrosinistra alle regionali siciliane, di passaggio in città: «Giudico negativamente il passaggio immediato da un ruolo istituzionale all'altro. Mi ricordo quello che diceva Antonino Caponnetto: un giudice la toga ce l'ha cucita sulla pelle». «Io alle strumentalizzazioni politiche rispondo in modo molto duro» ha avvertito il diretto interessato, che anche da assessore non passerà inosservato, come non sono passati sotto silenzio i suoi 20 anni di carriera in magistratura, costellati prima da indagini importanti (dalla strage alla stazione al processo contro le nuove Br per l'omicidio Biagi) e poi da prese di posizione da vera «toga rossa»: nel 2001 a una radio parlò del rischio di depistaggi dopo le violenze al G8 di Genova; nel 2002 attaccò il governo Berlusconi dal palco del congresso della Cgil a Rimini e sull'Unità definì la detenzione di Adriano Sofri «uno stupido sacrificio umano»; a più riprese ha attaccato la riforma dell'ordinamento giudiziario. Esternazioni che, su segnalazione del ministro della Giustizia Roberto Castelli, gli sono costate diversi processi disciplinari davanti al Csm.