E il glamour di Donatella sfida il romanticismo show di Dolce e Gabbana

Tagli perfetti e giacche-kimono: Marras trasforma il suo stile in poesia

Daniela Fedi

da Milano

È come se nel mondo della moda fosse scoppiata la guerra. Su un fronte c'è il neoromanticismo, sull'altro il glamour e in mezzo una serie di scaramucce tra altissime zeppe contro ballerine rasoterra, borsette mignon e borsoni enormi, apparente semplicità e sensuale ostentazione. Difficile capire chi vincerà anche perché sulle passerelle di Milano ieri si sono battuti a favore della tendenza neoromantica Dolce&Gabbana, Marras e Fendi contro l'opposto schieramento capitanato da Versace, Ermanno Scervino e Menichetti.
Tutti meritano una bella medaglia al valore dell'eleganza per l'estate 2006, ma sarà dura dimenticare la travolgente sfilata che apre un nuovo capitolo nella storia di Dolce & Gabbana. Lo spettacolo si è aperto con otto minuti di video dedicati al ventennale della loro carriera: un'emozionante carrellata d'immagini senza il sapore della retrospettiva perché i due hanno sempre avuto il coraggio di cavalcare i temi più forti dello stile contemporaneo. Il resto era una superba partitura scritta a quattro mani sul massimalismo romantico di pizzi, nastri, fiori e volants assemblati però nella chiave più moderna che si possa immaginare. La scenografia prevedeva sul fondo del palcoscenico un vero e proprio fienile con tanto di galline e balle di grano accatastate intorno alla pedana. Le 100 modelle che uscivano dal pavimento del nuovo teatro costruito al posto dell'ex cinema Metropol, sembravano tutto fuorchè allegre contadinelle pur essendo vestite di cotone, batista, lino, garza o rasatello: fino a 15 tessuti «poveri» intrecciati tra loro e scanditi dall'uso di quattro colori semplici e nobili allo stesso tempo. Rosso, bianco, nero ed ecrù nella nuova visione di Domenico e Stefano diventano un caleidoscopio di forme e modelli a dir poco magistrali. Tailleur da giorno (uno più bello dell'altro) abiti da sera (un sogno per ogni donna) modelli di scarpe, pantaloni, soprabiti e borse: non c'era niente di lezioso, ma tutto voleva avere lo stesso impatto emotivo di certe opere del melodramma italiano, dai Vespri siciliani alla Cavalleria Rusticana fino all'apoteosi della Traviata.
Dello stesso segno la più bella sfilata che Antonio Marras abbia mai fatto: quadri da un'esposizione di pura poesia sotto forma di giacche fatte da antichi kimono, abiti ricavati dai meravigliosi scialli delle donne di Ogliena, vestiti da sera costruiti assemblando tende e centrini ricamati. Il vero colpo di genio stava nell'utilizzare tutto questo con una strepitosa perfezione di tagli e assemblaggi. «In un mondo perfetto tutte le donne vestirebbero così» dicevano gli uomini intelligenti presenti in sala, stufi da tempo dell'iperbolica aggressività espressa dalla moda negli ultimi anni. Jacques Brel diceva «c'è voluto del talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti», Marras ieri ha dimostrato che ce ne vuole molto di più per crescere stilisticamente senza trasformare la propria tradizione in vecchiaia. Romantica e moderna anche la donna di Fendi, con i suoi bellissimi completi in candido sangallo che invece era vernice, oppure con gli strepitosi modelli decorati da grafiche cascate di glicine ottenute intagliando minuscoli pezzi di seta. Fantastici come e più del solito gli accessori: dalla nuova borsa B.Fendi alle scarpe di vernice nera equamente divise tra ballerine rasoterra e tacchi alti.
Ma intanto è scesa in campo Donatella con la sua continua e coraggiosa ricerca di nuovi orizzonti per lo sconfinato glamour Versace. «Volevo dare l'idea di una donna su cui soffia il vento del deserto - ha detto la stilista - allungare le silhouette per dimostrare che il corpo oggi non è solo fisicità, ma anche punto di vista strettamente personale». Dire che c'è riuscita ci sembra poco: le tinte degradè di abiti e accessori facevano pensare all'indimenticabile visione dei miraggi nei deserti e la nuova stampa cactus come quella dell'architettura di Palm Spring può tranquillamente competere con tutte quelle che nel corso degli anni hanno glorificato la bellezza femminile. Sullo stesso fronte si è schierato Ermanno Scervino la cui griffe merita in pieno la vertiginosa crescita di consensi per essere coerente con un progetto di stile tarato sulla sensualità. Menichetti, invece, non ha ancora ottenuto tutto il successo che merita ed è un peccato perché il suo minimalismo di forme coniugato con un massimalismo di materiali (perfino l'oro tessuto e un tecnologico pizzo fatto non si sa bene come) lo colloca nel nuovo filone dei sensi vincenti sulla sessualità.